Le scuole filosofico-metafisiche o iniziatiche hanno quasi sempre avuto la necessità di "dogmatizzare" i metodi d'insegnamento (similmente a quanto avviene nelle catechesi religiose) o, a volte, l’indiscutibilità del singolo "maestro". "Tutto o niente" (un po’ come nei sistemi digitali) con una forte tendenza gerarchica e teocratica per la ricerca sia del "tutto" che del "niente".
Questa forte assiomaticità difende potentemente e per così dire religiosamente il “mondo dei principi di riferimento”, insomma le ragioni fondanti della schola che, anche nei casi che non richiedano una “fede” di partenza, presuppongono quanto meno uan garanzia sull'affidabilità di chi insegna.
In realtà, a monte della strutturazione dei “catechismi” di scuola o di religione vi sono lunghissimi periodi di travaglio, dialettica a volte feroce, di convegni, congressi e concilii estremamente sofferti, dai quali nascono spesso gli scismi, le scuole parallele, le devianze, etc.
Com'è noto, le differenze nell'approccio intellettuale a una “Verità” apodittica (accettata cioè per fede) hanno provocato faide crudeli, sia in Oriente che in Occidente e, qualora i sistemi principiali siano stati in totale disaccordo coi fondamenti “ontologici” degli altri sistemi "concorrenti", si è arrivati addirittura alle "guerre di religione".
Ad alcuni può sembrare assurdo che ci si uccida per stabilire se Dio è uno o trino, oppure se il figlio discenda o no dal Padre; eppure è accaduto e seguita ad accadere.[1]
Per contro, in totale discordanza con tale dogmaticità assoluta, che porta verso lo scontro frontale fra principii divergenti, esiste anche una reazione relativistica, che ha portato all’attuale caos morale, al “liberismo forzato” e all'opinabilità su e di tutto. In questo caso il contrasto non è più fra “principii divergenti”, ma fra l’assenza totale di principi e il fanatismo totale nell’affermare i propri.
Lungi da noi voler entrare nel merito delle ragioni filosofiche e religiose che sostengono la Verità con leggi aprioristiche, che esse provengano dagli uomini o dagli dei, ma già il fatto che si parli di “leggi” e non di “Legge” mette in crisi l’assioma guénoniano sull’unità trascendente delle tradizioni delle religioni e delle tradizioni, o quanto meno suggerisce che da questa "unità" sia scaturita una digraziatissima diaspora che ha portato a considerare disprezzabili i principi degli altri e validi soltanto i propri.
Ciò non significa che l'ecumenismo in buona fede (o talvolta anche ipocrita) non ci abbiaa abituato alla ricerca delle somiglianze oltre che delle divergenze tra sistemi dottrinari metafisici, filosofici o religiosi, anche perché sono sempre esistiti dei denominatori minimi totalizzanti: ad esempio la ricerca di un principio unificante "superiore", di un "demiurgo", di un'origine della manifestazione e di una direzione da perseguire. Ma sui principi teologici, sui metodi e sull’etica esistono abissi insormontabili.
Forse proprio per questo, mentre i “religiosi" di ogni tradizione hanno assai spesso litigato accanitamente (un po’ come i “politici”), lo stesso non è successo fra gli ermetisti, gli alchimisti e i mistici, che in un modo o in nell'altro si sono sempre trovati d'accordo nella ricerca della pietra filosofale o del contatto con l’ineffabile (in ogni tempo e in ogni luogo tale ricerca si fosse svolta).
Al di là delle considerazioni sull’esoterismo e l’exoterismo di una determinata tradizione, di una preminanza operativa dell'uno o dell'altro, dobbiamo considerare che in ambito religioso, filosofico e anche ermetico non esiste una struttura totalmente esoterica o totalmente exoterica. Già il fatto di esser vivi e di dover mangiare e bere ogni giorno ci rende "exotericamente" assai ancorati alle necessità del quotidiano, a prescindere dalla cherche du saint graal che può animarci interiormente. Per cui, paragonando il vivere e il filosofare a una navigazione in mare aperto, sia in ambito exoterico che esoterico, possiamo concordare sul fatto che, in assenza di una direzione di navigazione condivisa, di un capitano che provveda a farla rispettare, di una metodologia nel governo della nave e di un sistema gerarchico in cui sia sempre chiaro chi fa cosa, come e quando, la nave è destinata ad affondare. Occorre quindi una Guida.
Tale principio, a seconda dell’approccio filosofico, appare a volte limitativo nei confronti della libertà individuale; infatti si può essere in disaccordo su chi debba essere il capitano, sulla direzione da prendere, su quali siano i compiti e le responsabilità di ognuno, etc. e sappiamo bene come il disaccordo totale porti alle sedizioni ed eventualmente alle rivoluzioni, alle dittature (temporali e spirituali) e a tutte le possibili forme d'anarchia.
Si dice che, per evitare le dittature, gli uomini abbiano "inventato" le democrazie, che realizzano una direzione e una forma di "governo" che dovrebbe essere condivisa e partecipata ma che, in realtà, si regge solo grazie a colossali compromessi che fatalmente scontentano tutti. La meravigliosa Res publica platonica, che dovrebbe essere la panacea universale, si è spesso dimostrata, nelle applicazioni pratiche, un male peggiore della dittatura e che porta alla deresponsabilizzazione di tutti (in quanto nessuno sente la cosa pubblica come cosa propria da difendere e amare) e conduce al predominio economico di pochi "furbi" che catturano consensi con formule populistiche accattivanti per poi spremerli democraticamente.
Secondo i più noti studiosi delle dottrine metafisiche, un mondo che si rivolgesse a principi sacrali interiormente e universalmente riconosciuti, e in cui si potesse dare per acquisita la ricerca per identificazione di una Verità trascendente, un mondo dove la fiducia in coloro che perseguono e tramandano tale verità fosse assoluta. le discussioni e i dubbi sull'attendibilità dei principi ontologici non avrebbero ragion d'essere; per cui sarebbe condivisa la necessità di regole basate sull’obbedienza, sulla disciplina, sull’ascesi. Anzi non sarebbe mai semplicemente obbedienza, ma entusiastica e naturale adesione. E questo vale per i due poteri, laico e religioso, così profondamente esaminati da Dante nel De Monarchia.
Questo principio potrebbe essere tanto più vero quanto più il sistema fosse basato su una "ieraticità interiormente riconosciuta", sia a livello sacerdotale che laico, anche se ben sappiamo come proprio in tale ottica si verificano facilmente i fanatismi e gli oltranzismi più acefali. Perfino questo sistema, però, potrebbe entrare in crisi quando l’ascesi e la ricerca per adesione e contagio metafisico venissero sostituite dalla necessità di dimostrare la bontà e l'attendibilità dei principi adottati o la dignità di colui o coloro che ne pretendono il rispetto.[2]
Infatti ogni volta che le strutture religiose o iniziatiche, o politiche (a volte le une si sono confuse con le altre) sono state “profanate” dal dibattito, il meccanismo “tutto o niente” si è incrinato e le scuole sono state distrutte, sono nate le diaspore o, peggio ancora, le medesime strutture si sono trasformate in confraternite o sodalizi economici, orientati alla gestione del potere più che all’orientamento dell’anima.
Le antiche scuole, a partire da quella crotoniate, non potevano perciò consentire devianze rispetto all’insegnamento di quell’essere (amato, odiato, adorato, sopravvalutato o sottovalutato ma comunque insopportabile perché metafisicamente ingombrante) comunemente definito Maestro. Alla fine il punto centrale resta sempre quello: colui che insegna coincide con la dottrina insegnata. O fai come dice lui, o te ne vai.[3]
L’esistenza di una mente individualista, utilitaristica e “commerciale”, dalla fine del Medioevo in poi, ha finito per distruggere completamente le scuole arcaiche di cui sopra e ha pesantemente deviato anche le poche scuole che a tali principi tentavano di ispirarsi, introducendo il caos fra gli allievi e a volte confondendo i maestri, verso un'anomala demento-crazia che procede ormai per contagio. Una domanda drammatica può distruggere qualsiasi struttura: è la dottrina che emana dal Maestro o il maestro è frutto della dottrina?
Soprattutto oggi si rischia di precipitare verso la smielata necessità di una "idea partecipata", una proto-idea web (ci scusiamo per l’orrido riferimento mediatico) che formi il pensiero accattivante (figlio dell’ipocrisia e del disimpegno relativista), in genere molto forte dal punto di vista "associativo", ma spianato verso il grigio, verso la banalità e verso la condivisione riduttiva dalla semplificazione del messaggio, che dev'essere sempre più partitico, sempre più asservito delle sicurezze banali e assiomatiche di cui abbiamo bisogno: apparentemente libero ma in realtà imprigionato dal concetto laico e destruens di religiosità democratica, iperecumenica.
Ovviamente non si può sottoporre a una discussione sulla validità ontologica un cammino ieratico, tradizionale, iniziatico o ermetico, che di per se è fortemente selettivo e gerarchico. Con una simile discussione la religiosità arcaica, impregnata di sacrum-facere e assolutamente certa sia del "fare" sia dell’”essere” sacro, quella che sfiora ogni cosa del creato con rispetto, con poesia sublime e con ammirazione sconfinata, rischierebbe di essere sostituita da un inscatolamento dottrinale, che abbatte la percezione del mistero e lo riduce a una categoria filosofica.
Essendo perciò ormai assai lontani da quell’initium metafisico, in cui tale sacralità dell’essere e del fare erano indiscutibili e coincidenti, perché una era impregnata dell’altra e una era la dimostrazione della Verità dell’altra e soprattutto perché tale sacralità rifletteva quell'universo "edenico" in cui si conosce perché “si è” e non perché si “ragiona” su ciò che si è, il rischio ormai evidente è che la necessità di una dottrina salvifica tranquillizzante possa mortificare e uccidere la ricerca di Sé e trasformare il cercatore (il praticante, l’homo religiosus) in un surrogato del myste, amplificandone l’aspettativa di gratificazione e appiattendone mortalmente l’intuito.
Appare quindi evidente che la difesa oltranzista di exoterismi formalmente rigidi possa uccidere la struttura religiosa e quella iniziatica, facendo perdere il senso misterico dei meccanismi rituali (nello ius e nel fas) utilizzati per la difesa stessa della struttura. Tuttavia, liberarsi relativisticamente dagli exoterismi formali, scivolando nel “chi sono io per giudicare" e in buonismi anarcoidi consimilari, ha una forza ancor più disgregante nei confronti dell’apparato simbolico e misterico che sostengono il rito.
Come evitare di farsi imprigionare da un modello asfittico o di scivolare nell’anarchia o nel relativismo totale?
Soprattutto ai giorni nostri, quando il grande trucco dell’informazione e della “rete“ spinge le coscienze verso il basso e tutto, perfino la saggezza, perfino l’illuminazione soggiace alla logica dell’urgenza del tutto e subito, è assai difficile restare in equilibrio fra questi due estremi. La proliferazione degli studi e delle informazioni accessibili sembra fornire ingannevolmente una enorme conoscenza, ma la voglia d'impegnarsi sul serio in un cammino di ricerca e di virtù è scarsa e la capacità di ascolto e di silenzio interiore è ormai sommersa dal rumore.
Uno dei più noti guru indiani del dopoguerra[4] (Swami Paramahansa Muktananda) della scuola siddha, cioè di quel filone devozionale-gnostico pieno di straordinari riferimenti ascetici, presente soprattutto nell’India del Sud, accoglieva centinaia di hippies, transfughi dall’Occidente alla ricerca di una “Via" spirituale, domandando loro per quale ragione non cercassero la “liberazione" in Occidente; insegnava che la scuola e il maestro non sono necessariamente sempre accettabili e condivisibili nel metodo, nei sistemi, e perfino nelle proposte “principiali", per cui consigliava a tutti, prima di aderire ciecamente a qualcosa di spirituale e di esotico, di farsi delle domande strategiche: interrogarsi sulle cosiddette "motivazioni": "perché vuoi entrare in una scuola spirituale; cosa cerchi veramente?"
Secondo tale guru l’idea di aderire a una scuola doveva esser sorretta da un'immensa fame di Verità e dal riconoscimento interiore assoluto che un determinato personaggio (il solito ingombrante maestro) avesse fortemente a che fare con tale Verità.[5]
In verità i giovani americani e in minor numero europei che negli anni '50-'60 invasero l'India non cercavano tanto la liberazione, quanto più un caotica, politicizzato e disordinato libertarismo, e spesso trovarono facili e furbissime accoglienze da parte di centinaia di falsi guru. Tali "rcercatori" più raramente incontrarono personaggi seri. La via aperta da ricercatori importanti come Wordroff, Tucci, Guénon, Comaraswamy etc. aveva purtroppo involontariamente prodotto degli effetti “secondari” che dal filosofico erano velocemente precipitati nell’ "esotico". I ragazzi cercavano prima di tutto un’ascetismo "èermissivo" e più raramente informazioni sul senso della ricerca: in buona parte avevano voglia di beatitudini a modico prezzo e scarsa voglia di conoscere sé stessi e le proprie miserie.
Questa fuga verso Oriente, che denunciava il massiccio crollo degli ideali filosofici e religiosi dell’Occidente, portava altri (soprattutto gli sconfitti ideologicamente dell’ultima guerra di massa mondiale) verso le arti marziali giapponesi o le discipline zen. E proprio gli importanti incontri filosofici con l’Oriente estremo, mediati dagli studiosi inglesi e tedeschi, avevano una ricaduta abbastanza generalista su eserciti di giovani sbandati alla ricerca di ideali.
Ad esempio, la ieratica e guerriera posizione di Mishima diventò presto un feticismo autoreferente e venne avvolta e soffocata dalla “politica" della tradizione, perdendo completamente la sua funzione ascetica.
Per cui è accaduto che alcune idee assai complesse (come le domande sull'esistenza o meno del traguardo, sul traguardo che coincide con la partenza, sulle dottrine del Vuoto, del conoscente e del conosciuto, del Sé e non sé, etc.) si siano democraticamente diluite (come tuttora si diluiscono) sulla fruizione di massa alimentando la già montante corrente New Age. E tale tendenza è in netto peggioramento.
Altro che ex Oriente lux...
Per inquadrare meglio il periodo, lo si potrebbe paragonare al III secolo dopo Cristo, quando le correnti orientali imbastardite avevano ormai confuso del tutto i principi sacrali della Romanità. Nel mare magnun del sincretismo ribollivano e tuttora fervono ialla rinfusa idee tratte dai mistici renani e dall’advaita Vedanta, dall’esichia bizantino slava e dal soto zen giapponese, xal taoismo e dal neoplatonismo rinascimentale, fino ai Padri del deserto. Ogni singolo orientamento, che preso separatamente è perfettamente in grado di garantire un percoso sapiente al praticante, una volta mischiato agli altri percorsi ne risulta decorticato e devirilizzato, i valori autentici si perdono nel frastuono delle varie voci, la mancanza di una vera condivisione spirituale non permette di superare il livello di ricerca superficiale, in cui all'acquisizione dell’informazione semplificata non segue mai la necessaria sincera e spietata ricerca delle motivazioni di base.Il conoscitore che vuole conoscere senza conoscere chi è colui che conosce è un illuso, eppure tale falsato e sincretico modus operandi continua a essere il grande equivoco che accomuna tutti i “movimenti” sedicenti "spirituali".[6]
Forti di questa procedura ingannevole, molte scuole tradizionaliste nostrane, anche sotto la spinta di confuse idee sul karma, sulla gnosi e sull'ascesi, filtrate da una conosccenza superficiale e approssimativa dell'Oriente, si sono dimostrate sclerotizzate nella forma e lontane dalla sostanza; i loro membri (maestri e praticanti) spesso predicano preghiere, meditazioni, catechismi e riti d’ogni genere, senza porsi il problema di conoscere prima sé stessi o, quanto meno, far chiarezza sulle proprie motivazioni. Questo approccio denuncia una tragica e totale ignoranza ontologica sulle radici dello spirito, come dimostra il fatto che qualsiasi sistema politico, qualsiasi organizzazione sociale e, in parte, anche qualsiasi sistema fideistico basa la propria “formazione” sul raggiungimento di "obiettivi" esteriori, sulla salvezza di qualcosa che non conoscono più, scavalcando la coerenza fra tali obiettivi e la conoscenza del Vero su sé stessi e su ciò che è "altro" da sé.
L’eremita Padre Costante, mio carissimo amico, sosteneva che a monte della via iniziatica (tanto elogiata da Guénon) e a monte della stessa dottrina della salvezza (che appassiona i Tomisti), a monte della religiosità e dell’ascesi (che coinvolge i mistici) c’è la ricerca del Vero.
E per cercare la verità bisogna avere un'insaziabile fame cardiaca di Verità o, in senso più "religioso", di Dio.[7] Non si tratta di quella curiosità intellettuale che consente di scoprire (ad esempio) se il senso del “logos” in Cecco d’Ascoli possa essere diverso da quello di Pico della Mirandola; non si tratta di ricerca storica per "dimostrare qualcosa" a qualcuno; non si tratta d'affanno filologico (tutti elementi importanti, ma non indispensabili). Quel che si richiede è un'autentica e insaziabile fame d’Amore.[8] Se manca questa, tutto il resto è vanitas vanitatum.
La ricerca di Verità può essere ricerca della Bellezza, ricerca di Dio, ricerca di Pace suprema, dell'Illuminazione, della Perfezione o della Realizzazione. Tali termini, seppur semiologicamente diversi, appartengono tutti alla Verità Suprema, alla Verità che abbraccia l’Universo e lo rende appunto UNO pur nella meravigliosa serie di differenze dall’Uno emanate, apparentemente inconciliabili; ma inconciliabili solo per chi le cerca al di fuori di se stesso.
Per avere una minima possibilità di raggiungere il Vero bisogna aver il coraggio di soffrire come Geremia, di rinunciare come Gerolamo, di amare follemente come Jacopone, di combattere come Giovanna d’Arco, di mortificarsi come Francesco, di umiliarsi come Celestino, di cadere come tutti noi, di rialzarsi come Lancillotto, e di morire sul campo, ad maiorem Dei gloriam. Tale espressione, che non è uno stentoreo aforisma templare ma un concetto metafisico assai difficile da acquisire e realizzare, esalta la ricerca autentica equiparandola all'offerta di sé, al dono totale, al coraggio del cavaliere che dona la sua vita alla Minne, o del trovatore che la dedica alla Rosa.
E questa è un'esperienza riservata a coloro che perseguono la Via eroica del Cristo o della Verità.[9]
Quindi la domanda suprema, che ha cambiato completamente la vita di tanti cercatori autentici di Dio e del Vero, non riguardava la felicità, la salvezza, la "realizzazione" ma la fame, la forza e il coraggio fino al sacrificio supremo, con i quali erano pronti a cercare la Verità o, se preferiamo, il Graal. A cercare e basta, senza contratti, senza garanzie.
Claudio Lanzi
[1] Forse perché, contrariamente a quanto sostiene Guénon, la congiunzione delle tradizioni man mano che ci si avvicina al centro della Verità non è così scontata e i confronti e gli scontri continui avvengono proprio perché tutti pretendono d’essere vicini al centro e non nell'assoluta periferia della magica ruota della coscienza e della conoscenza.
[2] La definizione dei rapporti tra rito e mistica ha messo in crisi tutte le tradizioni e in particolare quella cristiana. Un bellissimo articolo di Giorgio Bonaccorso tratto dal testo Mistica e Ritualità Mondi Inconciliabili? - Edizioni Messaggero Padova 1999, affronta questo problema citando prima un testo di Ancelli Paparozzi “il linguaggio misterico aderisce a un contenuto esperienziale in cui non si realizza un semplice mathein, un insegnamento razionale a base dimostrativa ma un pathein, una partecipata esperienza delle cose divine” (tratto da Ancelli e Paparozzi La mistica alla ricerca di una definizione-Città Nuova) e poi prosegue:
"l’iniziazione ai misteri è l’iniziazione che, grazie ai misteri, rende possibile un'esperienza religiosa e "mistica". A questo livello il percorso rituale dei misteri e il cammino religioso della mistica sono molto vicini. Tra il segreto rituale e l’interiorità mistica vi è un rapporto metaforico. Se ci poniamo dal punto di vista della mistica il segreto è una metafora dell’interiorità, ma se rimandiamo nel più antico contesto rituale è l’interiorità ad essere una metafora del segreto. Nel rito infatti sono necessarie le tematiche dell’“essere dentro” o “essere fuori”. Nel caso di riti di iniziazione, questa tematica tra dentro e fuori funge da criterio d'identificazione di un gruppo, di una comunità di un popolo. Da qualunque punto di vista ci si ponga, quello del rito e quello della mistica, il riferimento a uno “stacco” o a un “passaggio" è irrinunciabile, quasi che un velo che impedisse di guardare direttamente con gli occhi del vissuto ordinario".
[3] Giamblico racconta un episodio molto significativo e spesso frainteso sul rapporto fra allievo e Maestro: nella Vita Pitagorica V libro, narra infatti che Pitagora tornò a Samo dopo lunghi viaggi e incontrò un giovane atleta che aveva il suo stesso nome e ne vide alcune attitudini particolari. Poiché l'atleta non aveva soldi per studiare, Pitagora iniziò a pagarlo purché s'impegnasse ad apprendere i segreti della scienza sacra e "con sommo zelo pazientemente lo guidava verso la conoscenza della scienza e gli dava tre oboli per l’apprendimento di ogni figura geometrica”. Alla fine lo scolaro, che aveva compreso la sapienza del Maestro e lo scopo di questo strano rapporto, disse: Anche senza il denaro che tu mi dai, sono in grado di assimilare i tuoi insegnamenti. Allora Pitagora gli disse che non avendo più denaro da dargli tanto valeva che smettesse di studiare, ma l’allievo rispose: per l’avvenire provvederò io a te e, per ogni figura che mi insegnerai ti darò tre oboli”. Tale allievo, dice Giamblico, fu l'unico tra i Sami che abbondonò la patria insieme a Pitagora e lo seguì nei suoi viaggi nel mondo.
[4] Si tratta della scuola di Paramahansa Muktananda e del suo maestro Nityananda, assai inviso agli inglesi.
[5] A tal proposito consigliamo a tutti coloro che cercano la Via per realizzarsi la lettura della Nube della non conoscenza (Anonimo, edizioni Varie).
[6] “Una reale liberazione è possibile solo attraverso una completa illuminazione; non basta rifiutare il mondo o negare i suoi problemi (il fraintendimento sul significato del distacco n.d.r) cosa che, nel migliore dei casi, può condurre alla morte spirituale o al puro nichilismo (Anagarika Govinda, Les fondaments de la Mystique Tibetaine - Albin Michel, 1960).
[7] Dice Anselmo d’Aosta nel Proslogion (1076): “Obsecro domine, ne desperem suspirando sed resperem sperando…. Obsecro Domine esuriens incepi querere te ne desinam ieiunus de te. Famelicus accessi, ne recedam impastus” - Ti prego o Signore, ho iniziato a cercarti affamato. Fa che non rinunci digiuno di te…. Mi sono avvicinato famelico, ora fa che non mi allontani senza aver mangiato”.
[8] Per capire questa “fame d’Amore" possono essere utili i tanti testi scritti sul tema: da Marsilio Ficino ai padri del deserto, da Suso a Taulero; tutti hanno parlato di questo “Amore”, sacro, profano, uranico, pandemico etc. ma quando si scrive tanto su un tema (l’ho fatto anche io con Intelletto d’Amore - Simmetria Edizioni, 2° edizione, 2007) vuol dire che il tema è controverso e che assai spesso si cerca di cavarsela intellettualizzando un ragionamentoche invece richiede solo fede, grazia (merzè, come dicevano i Trovadori) e intuito.
[9] Su tale tema consigliamo sia un testo recentemente prodotto da Simmetria, il Fasciculus Rosarum Selectus di Alberto Brandano della Mirandola (trad. Valentina Dordolo) che la celeberrima Imitazione di Cristo (anonimo del XII secolo).


