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ISTRUZIONE DEMOCRATICA (di C. S. Lewis)

Clive Staples Lewis

pubblicato per la prima volta il 28/04/1944

traduzione di Eduardo Ciampi

Inseriamo la recente traduzione di Eduardo Ciampi di un articolo inedito di Lewis che non potrà non stupire per la sua attualità, preveggenza e gradita omogeneità con la nostra linea di pensiero (vedi articoli sullo stesso tema). La chiarezza di esposizione di Lewis anticipa quanto vediamo tutti i giorni in cui assistiamo allo scoraggiamento di molti insegnanti (ormai affogati nella burocrazia telematica) e spesso demotiva gli allievi. Allievi impegnati ad abbassare sempre più il loro livello di approfondimento e a schematizzare in modo sempre più “meccanico” il loro pensiero.

Secondo Aristotele, l’educazione democratica non dovrebbe significare l’educazione che piace ai democratici, ma l’educazione che preserva la democrazia. Finché non avremo compreso che le due cose non sono necessariamente inscindibili, non potremo pensare con chiarezza all’educazione.

Ad esempio, un’educazione che non desse alcun vantaggio ai ragazzi capaci e diligenti rispetto a quelli stupidi e pigri sarebbe, in un certo senso, democratica. Sarebbe egualitaria e i democratici amano l’uguaglianza. La corsa a premi di Alice nel Paese delle Meraviglie, dove tutti i concorrenti vincevano e tutti ricevevano premi, era una corsa ‘democratica’: come l’Ordine della Giarrettiera, non tollerava questioni di merito.[1] Un egualitarismo così totale nell’educazione non è ancora stato apertamente raccomandato. Ma un certo movimento verso quella direzione comincia già a manifestarsi. Lo si può notare nella crescente richiesta che le materie in cui alcuni ragazzi eccellono molto più di altri non siano obbligatorie. Ieri era il latino; oggi, come vedo da una lettera su un giornale, è la matematica. Entrambe queste materie danno un ‘vantaggio ingiusto’ ai ragazzi di un certo tipo. Abolire tale vantaggio è quindi, in un certo senso, democratico.

Ma ovviamente non c’è motivo di fermarsi all’abolizione di questi due obblighi. Per coerenza, dobbiamo andare oltre. Dobbiamo abolire anche tutte le materie obbligatorie; e dobbiamo rendere il curriculum così ampio che “ogni ragazzo abbia la possibilità di cimentarsi in qualcosa”. Persino il ragazzo che non può o non vuole imparare l’alfabeto può essere lodato e adulato per qualcosa: artigianato o ginnastica, leadership morale o comportamento, cittadinanza o cura delle cavie, ‘hobby’ o apprezzamento della musica che più gli piaccia. Così nessun ragazzo, e nessun genitore di quel ragazzo, si sentirà inferiore.

Un’educazione di questo tipo sarà gradita ai sentimenti democratici. Avrà riparato le disuguaglianze della natura. Ma è tutt’altra questione se genererà una nazione democratica in grado di sopravvivere, o anche solo una la cui sopravvivenza sia auspicabile.

Non c’è bisogno di insistere sull’improbabilità che una nazione così educata possa sopravvivere. Ovviamente può sfuggire alla distruzione solo se i suoi rivali e nemici sono così gentili da adottare lo stesso sistema. Una nazione di imbecilli può essere al sicuro solo in un mondo di imbecilli. Ma la questione dell’auspicabilità è più interessante. La richiesta di uguaglianza ha due origini: una tra le più nobili, l’altra tra le più basse, delle emozioni umane. La nobile origine è il desiderio di giustizia. Ma l’altra è l’odio per la superiorità. Al momento attuale, sarebbe molto irrealistico sottovalutare l’importanza di quest’ultima. In ogni uomo esiste una tendenza (correggibile solo con una buona educazione esterna e un costante impegno morale interiore) a provare risentimento verso ciò che è più forte, più raffinato o migliore di sé. Negli uomini scorretti e brutali, questo risentimento si trasforma in un odio implacabile e disinteressato per ogni forma di eccellenza. Il vocabolario di un’epoca la dice lunga: c’è motivo di allarmarsi per l’enorme popolarità odierna di parole come ‘intellettuale’, ‘di alto livello’, ‘cravatta vecchia scuola’, ‘accademico’, ‘presuntuoso’ e ‘compiacente’. Queste parole, così come vengono usate oggi, sono piaghe: si sente il veleno che pulsa al loro interno.

Il tipo di educazione ‘democratica’ che si profila all’orizzonte è dannoso perché cerca di assecondare passioni malvagie, cerca di placare l’invidia. Ci sono due ragioni per non tentare questa strada. In primo luogo, non ci si riuscirà: l’invidia è insaziabile. Più le si cede terreno, più ne esigerà. Nessun atteggiamento di umiltà, per quanto ne possiamo assumere, potrà placare un uomo con un complesso d’inferiorità. In secondo luogo, stiamo cercando di introdurre l’uguaglianza laddove essa è fatale.

L’uguaglianza (con l’eccezione della matematica) è un concetto puramente sociale. Si applica all’uomo in quanto animale politico ed economico. Non ha posto nel mondo della mente. La bellezza non è democratica; si rivela più ai pochi che ai molti, più a chi la cerca con perseveranza e disciplina che agli incuranti. La virtù non è democratica: la conquistano coloro che la perseguono con più ardore rispetto alla maggior parte degli uomini. La verità non è democratica; esige talenti speciali e un impegno particolare da coloro a cui concede i suoi favori. La democrazia politica è condannata se tenta di estendere la sua rivendicazione di uguaglianza a queste sfere superiori. La democrazia etica, intellettuale o estetica è la morte.

Un’educazione veramente democratica – un’educazione che preservi la democrazia – deve essere, nel suo ambito, spietatamente aristocratica, sfacciatamente ‘colta’. Nell’elaborare il suo curriculum dovrebbe sempre avere in mente principalmente gli interessi del ragazzo che vuole sapere e che può sapere (salvo rarissime eccezioni, si tratta dello stesso ragazzo; il ragazzo stupido, quasi sempre, è quello che non vuole sapere). Deve, in un certo senso, subordinare gli interessi dei molti a quelli dei pochi, e deve subordinare la scuola all’università. Solo così può essere un vivaio di quegli intelletti di prim’ordine senza i quali né una democrazia né alcun altro Stato possono prosperare.

«E che dire», chiederete, «del ragazzo noioso? Che ne sarà del nostro Tommy, così nervoso e che non ama fare calcoli e non ne vuol sapere della grammatica? Deve essere brutalmente sacrificato ai figli degli altri?» Rispondo: cara Signora, lei fraintende completamente i veri desideri e i veri interessi di Tommy. È il sistema ‘aristocratico’ che darà davvero a Tommy ciò che vuole. Se mi lasciate fare, Tommy graviterà molto comodamente in fondo alla classe; e lì siederà in fondo all’aula a masticare caramelle e a conversare sottovoce con i suoi coetanei, a volte facendo scherzi e a volte venendo punito, e nel frattempo assorbendo quell’atteggiamento giocosamente intransigente nei confronti dell’autorità che è la nostra principale protezione contro il rischio che l’Inghilterra diventi uno Stato servile. Quando crescerà non sarà un Porson;[2] ma il mondo avrà ancora spazio per molti più Tommy che Porson. Ci sono decine di lavori (molto meglio pagati di quelli intellettuali) in cui potrà essere molto utile e molto felice. E il vantaggio inestimabile che ne trarrà: saprà di non essere intelligente. La differenza tra lui e i grandi cervelli gli sarà stata chiara fin da quando, nel cortile della scuola, ha preso a pugni le teste di quei grandi cervelli. Avrà un certo rispetto, quasi divertito, per loro. Ammetterà allegramente che, sebbene potrebbe batterli a golf, loro sanno e fanno ciò che lui non sa fare. Sarà un pilastro della democrazia. Darà la giusta dose di libertà a quei geni.

Ma quello che si vuole fare è togliere a Tommy tutta quella vita libera e privata, come parte di quell’eterna opposizione che è il suo più grande desiderio. Gli sono già stati rubati tutti i veri giochi, rendendoli obbligatori. È proprio necessario intromettersi ulteriormente? Quando – durante una lezione di latino in realtà destinata a studenti più bravi di lui – sta intagliando felicemente un pezzo di legno per farne una barchetta sotto il banco, dobbiamo davvero, per scoprire un ‘talento’, spedirlo al corso di intaglio del legno, in modo che ciò che fino a quel momento era divertente diventi un’altra lezione? Pensate che ve ne sarà grato? Almeno metà del fascino di intagliare la barca risiedeva nel fatto che implicava una resistenza all’autorità. Dobbiamo proprio privarlo di questo piacere, un piacere senza il quale non può esistere una vera democrazia? Dargli dei voti per il suo hobby, ufficializzarlo, e infine illudere il povero ragazzo facendogli credere che ciò che sta facendo sia altrettanto intelligente ‘a suo modo’ quanto un vero lavoro? Cosa pensate che ne verrà fuori? Quando si troverà nel mondo reale, scoprirà sicuramente la verità. Potrebbe rimanerne deluso.

Poiché abbiamo trasformato questa creatura semplice e sana in un damerino, si risentirà di quelle inferiorità che (senza di noi) non lo avrebbero minimamente infastidito. Un lieve piacere nel prendersi gioco degli altri, la determinazione a non essere disturbati, sono un valido freno alla pianificazione sconsiderata e un valido freno all’ingerenza dei funzionari di basso rango: l’invidia, la lamentosa presunzione “sono bravo quanto te”, è il terreno fertile del fascismo. Stai per rimuovere l’una e non ti accorgi di stare a fomentare l’altra. La democrazia esige che gli uomini piccoli non prendano troppo sul serio quelli grandi; muore quando è piena di uomini piccoli che si credono grandi.

(Traduzione di Eduardo Ciampi)

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  1. L’Ordine della Giarrettiera, istituito da Re Edoardo III nel 1344, è il più alto ordine cavalleresco. Lewis aveva in mente il commento fatto da Lord Melbourne (1779-1848) sull’Ordine: “Mi piace la Giarrettiera; non ha alcun merito”.

  2. Richard Porson (1759-1808), figlio del sacrestano di East Ruston, vicino a North Walsham, dimostrò una memoria straordinaria fin da ragazzo e, grazie all’aiuto di diversi protettori, poté studiare a Eton e al Trinity College di Cambridge. Nel 1792 divenne professore ordinario di greco a Cambridge.

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