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Una porta celeste sostiziale (di Antonio Bonifacio) - Parte III

 

 Parte III

 Il santuario di Pair non pair 

Finalmente approdiamo nel luogo che dovrebbe offrirci la prima testimonianza dell’utilizzo rituale del materiale mitico che abbiamo enucleato nelle pagine precedenti proponendDISABLEDone la grande arcaicità. 
Ciò non prescinde dalla necessità di delineare il “setting” nel quale quel grande affabulatore sciamanico, qual è stato l’uomo arcaico, operava, ovvero si tratta di accostarci ad osservare la percezione ambientale che lo stesso può ipotizzarsi avesse della realtà che lo circondava e che offriva il necessario appoggio alle sue pressoché intatte valenze psico – spirituali in precedenza richiamate. 
Sappiamo che il nostro giovane cromagnoniano era ospite di un ambiente severo, se non ostile, ma allo stesso modo abbiamo appreso, osservandolo senza pregiudizio, che egli era capace di una grande lucidità quando le circostanze lo mettevano di fronte a una prova tecnica che richiedeva l’esercizio di evolute capacità logico – deduttive, come parimenti eccellenti erano le sue capacità manuali in relazione alla lavorazione dello scabro materiale che aveva a disposizione. 
Queste capacità mentali erano escluse, almeno fino a pochi anni fa e come già detto, dalla maggior parte dei paletnologi, più propensi ad accomodarsi  con indomabile pigrizia mentale su un refrain di matrice evoluzionistica e che si sostanzia in un’operazione di mero transfert sul passato delle concezioni del presente, ovvero quell’ordine di sistemazione dell’universo storico - religioso sviluppato su un modello artefatto che concepisce il passato non altrimenti che secondo la propria immagine. 
L’accettazione di queste capacità, anzi, l’ampliamento delle indagini sulle stesse, è indispensabile per la comprensione degli ulteriori passaggi che tenteremo di affrontare in questa breve relazione, perché la visione dell’universo dei nostri predecessori non era meccanica ma sacrale e quindi imbibita di poliforme “vita” che forniva il patrimonio dei simboli dell’agire quotidiano. In tutto ciò, data la riconosciuta maestà del Cielo, da sempre emblema dell’agire delle più potenti forze spirituali, il moto degli astri costituiva la celebrazione di una liturgia cosmica della quale difficilmente comprenderemo la portata importandola nelle nostre menti contemporanee, forgiatesi esclusivamente sui tempi e sui ritmi informi del “regno della quantità”.
Mircea Eliade ci fornisce un quadro perfetto di questa condizione primordiale: “Senza neppure ricorrere alle favole mitiche, il Cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste da sola, suscita nella coscienza primitiva un’esperienza religiosa. Questa affermazione non implica naturalmente un naturalismo uranico, per la mentalità arcaica, la Natura non è mai esclusivamente naturale. La contemplazione della volta celeste... equivale per lui a una Rivelazione” (M. Eliade:1972, 42).   
Come detto, in altra occasione, l’uomo arcaico pregava in un Tempio intatto e contemplava una Realtà che doveva apparirgli come un libro vivente:” ..L’universale è il vero libro vivente dei Contemplativi arcaici, dei Contemplativi d’istinto, quelli che sanno superare di slancio l’apparenza più o meno drammatica degli opposti perché vibra possente nei loro cuori, il canto della totalità”. Silvano Panunzio: vol. 1°,2014, 323,  nota13).       
A ciò è necessario aggiungere un ulteriore punto fermo, ovvero ciò che da tempo hanno evidenziato de Santillana/Von Dechend. Essi  al termine della loro copiosa indagine hanno tratto la conclusione che i Greci e persino gli antecedenti Sumeri, padroneggiavano con difficoltà nozioni astronomiche che risalivano a una insondabile antichità e ne affrontavano l’interpretazione come se dovessero ricomporre un meccanismo di cui si conservavano confusamente pochi elementi, un costrutto magmatico che era necessario dipanare per non perdere un deposito sapienziale ancestrale che altrimenti sarebbe stato impossibile da raggiungere. 
Naturalmente il significato degli astri e dei loro moti nel cielo non erano rilevanti in se stessi, ma in quanto essi esprimevano apparizioni simboliche  svelanti realtà retrostanti d’ordine spirituale come ben dice l’Eliade riferendosi all’uomo primitivo quando scrive che esso: “era aperto ai miracoli  quotidiani con un ‘intensità difficilmente immaginabile per noi” (ibidem pag.43). Aperto a miracoli, qui si aggiunge, sui quali, comunque, aveva un certo padroneggiamento osservativo, come si è delineato in precedenza a proposito della complessità dei calendari lunari.  
Pertanto quella scienza, che in termine moderni denominiamo astronomia, ma che verosimilmente converrebbe denominare astrosophia, si relazionava alla visione celeste interiore, ed era strettamente e necessariamente connessa alla “religione”. Per conseguenza, essendo la religione fortemente connotata in senso sciamanico e quindi estatico, per forza di cose a questa stessa antichità, dobbiamo far risalire le concezioni relative alla circolazione delle anime nel cosmo, un evento cui cui l’astronomia simbolica con le sue puntuali annotazioni in vari supporti (parietali e mobili ad esempio)  ci fa come da testimone riflesso e di cui il mito delle simplegadi, nella sua funzione di cartina di tornasole, gioca un ruolo essenziale. 
Per conseguenza di fronte alla frase: “Se l’anima raggiunge solo il limite superiore celeste, e non riesce a risalire fino alla sfera sovraceleste ed iperurania, non attraversa la linea di confine fra tempo ed eternità, perciò rimane nella felicità, perpetua, propria della dimensione astrale, separata però dal Vero Essere”  (L.M.A. Viola: 2018, 94) non può riferirsi necessariamente alle sole concezioni del solo mondo classico, in quanto tale concezione eredita una comprensione degli eventi che potrebbe situarsi anche nella stessa epoca musteriana, in cui sono altresì presenti testimonianze funerarie con evidenti collegamenti con il mondo stellare. A soccorso di ciò convochiamo un pensiero di Silvano Panunzio che scrive:” Diremo dunque che la condizione anormale dell’uomo moderno è pure la conseguenza diretta della perdita della conoscenza simbolica; ma ciò a sua volta, è conseguenza dell’ancor più remoto abbandono delle forme simboliche della vita”  (S Panunzio 2004, 111)     

Ora, dopo aver tentato di mostrare nelle pagine precedenti, come il costrutto edificato dall’evoluzionismo spirituale, contraddistinto da tappe fisse in cui la coscienza religiosa si abbevera a un percorso di affrancamento e consapevolezza crescente dalla “religione naturale”, intesa come irrazionale spiritualizzazione dell’ambiente, per approdare a una meta finale, sia destituito d’ogni solido fondamento, ci sentiamo pienamente legittimati a retrodatare ulteriormente il tema mitico. Per questo ci spingeremo fino agli albori del paleolitico superiore e cioè alla nascita stessa dell’homo sapiens, a noi contemporaneo d’aspetto, perché costui era in grado di operare una lettura teofanica di un ambiente che non subiva passivamente ma che piuttosto utilizzava sacralmente secondo modi d’apprensione propri all’uomo spirituale all’esordio designato.

 
Del resto tale concezione appare in perfetta aderenza con quanto già suggerito dallo stesso Coomaraswamy dal momento che, riprendendo l’argomento già in precedenza ampiamente sviluppato, è di tutta evidenza che l’antico popolamento dell’America, da Oriente od Occidente che sia stato, e la diffusione ubiquitaria del mito che andiamo studiando nei suoi elementi essenziali, consentono, senza introdurre audaci speculazioni ma attenendoci alla mera realtà dei fatti, di seguirne a ritroso le tracce fino alla sua prima testimonianza allocabile  all’esordio del paleolitico superiore. 
Stabilito ciò e avendo altresì fissato i concetti essenziali che identificano tale pattern, ovvero il mitologema evidentemente irriducibile a ogni ulteriore riduzione, opereremo un percorso esplorativo che nasce appunto dalla più remota antichità conoscibile dell’uomo cromagnoniano e precisamente dall’aurignaziano e, percorrendo a volo d’uccello tutta la preistoria, giungeremo, con sintetici e “illuminanti” esempi,  fino in tempi storici. 
Prima di prendere questa direzione “ostinata e contraria”, dal fondo del tempo all’attualità vogliamo aggiungere un’ulteriore riflessione di Coomaraswamy che ci appare quanto mai opportuna perché apre un altro fronte argomentativo su cui ci limiteremo a un semplice cenno e che si fulcra sul tema delle proposizioni contraddittorie identificate con l’immagine delle mascelle stritolanti. 
Ora l’ulteriore passaggio che si propone al lettore è costituito da una presa d’atto del luogo ideale nel quale il mito delle simplegadi potesse trovare la sua ambientazione. Andiamo brevemente a esaminare alcuni aspetti del mito traenti spunto dall’articolo soprarichiamato per concentrarci successivamente sulle sue valenze astronomiche particolarmente congruenti alla nostra tematica.  
 
Partiremo premettendo però una essenziale considerazione che si origina dalla lettura del Commento di Porfirio (l’antro delle ninfe) a Omero. Esso è un passpartout provvidenziale per comprendere il tema dal momento che riguarda l’essenziale omologia che le menti degli antichi stabilirono tra la volta celeste, intesa come grotta cosmica, rapportata a quella terreste che forniva il simbolo ideale a questa trasposizione. 
Ora è di tutta evidenza che, in ragione degli orientamenti solari censiti accuratamente dalla studiosa d’oltralpe Chantal Jegues Wolkiewiez nelle grotte preistoriche istoriate (si veda il suo studio The relationship between Solstice light and the entrance of the paleolithic caves.), non a caso ormai correntemente definite santuari preistorici, possa desumersi facilmente il loro carattere iniziatico. Esse erano delle vere e proprie cattedrali della preistoria (del resto oggi si parla correntemente di iniziazione cristiana),  un’espressione che non rimanda a nessun epidermico accostamento suggestivo, ma alla consapevolezza che il percorso storico che conduce dalla grotta alla cattedrale risponde a un traslato perfettamente coerente. 
Così in questo stralcio, di evidente ispirazione guénoniana, possiamo leggere: “Secondo tale prospettiva, l’antro è un’immagine del cosmo, considerato nella sua totalità e nell’articolazione delle sue parti, spazio e tempo, in cui la psuché compie il proprio alterno percorso di discesa e risalita, di incarnazione terrena e di ritorno alla patria celeste”. Si legge infatti in Porfirio “Gli antichi consacravano antri e caverne al cosmo (cap. 5) ed eleggevano questi luoghi – fossero essi naturali o costruiti artificialmente- come le sedi più opportune e adatte per ‘celebrare i riti iniziatici’ e guidare i candidati all’esperienza del mistero della vita”  (Davide Susanetti 2017, 82)    

Abbiamo ora, infine, a disposizione tutto il materiale necessario per accedere a quello che a tutt’oggi appare come il più antico santuario d’Europa, atto alla contemplazione del Sole solstiziale nascente nel suo esordio invernale, un antro  che, non certo a caso, ospita uno dei pittogrammi più enigmatici di tutta l’arte preistorica, ovvero si parla di quell’incisione, quasi unica, cui l’abbé Breiul volle conferire un particolare ruolo sacrale denominandolo Agnus Dei. 
In questo luogo si può all’alba del solstizio invernale cogliere perfettamente il l’embrione del tema del castello rotante nella sua possibile genesi così come individuare quella frattura temporale (Kairos) che potrebbe permettere il passaggio dal tempo all’eternità, una vera e propria apertura folgorante del grande tempo (...in un attimo noi saremo trasformati)

Agnus dei   
La più antica traccia di questa liturgia solare sul territorio europeo si troverebbe quindi in territorio francese nella grotta della regione girondina denominata Pair non Pair, scoperta, un secolo e mezzo fa, da Emile Mauffras e François Daleau e successivamente studiata da tutti i paletnologi francesi per la peculiarità delle sue incisioni.
La scoperta risale al 6 marzo 1881 ed essa fu del tutto casuale. L’orografia dei luoghi fino ad allora non fornì mai alcun indizio intorno all'esistenza di una cavità sotterranea preservandone il segreto per decine di millenni. Il “fato” poi dispose diversamente. Accadde così che la zampa di una mucca rimase bloccata in una piccola cavità mentre pascolava sul terreno sovrastante la cavità e, per questo, un contadino locale scoprì la grotta proprio mentre cercava di liberare il bovino dalla sua costrizione: il foro, una volta libero della zampa dell’animale, aveva rivelato proprio la "Camera delle incisioni" della grotta Pair-non-Pair. 
Finora il luogo era rimasto inaccessibile anche perché l’ingresso originale era stato ostruito dal crollo della volta d’ingresso, che ora si trova arretrato rispetto all’originale di diversi metri, incapsulando quindi il tutto.
La grotta è certamente poco spettacolare, in confronto alle altre scoperte successivamente, ma risulta assai preziosa per la scienza in quanto l’esame dei depositi umani e animali qui rinvenuti ne ha rivelato la lunga frequentazione che parte già dal pieno dall’epoca musteriana (80.000 mila anni fa). 
1112 FIG8 pairpostcardFig. 8


La sigillatura intervenuta in epoca aurignaziana ha rappresentato un elemento a favore della genuinità delle incisioni presenti, che sono state riconosciute costantemente come autentiche in quanto congelate nel tempo dalla succitata massa di detriti franosi, mentre per Lascaux e Altamira si dovette battagliare per riconoscere l’autenticità preistorica delle iconografie e quindi avallarne la conseguente, inconcepibile antichità. Anche la scienza “a volte” ha le sue, quasi inamovibili, pregiudiziali. 
Queste incisioni risalgono appunto all’aurignaziano, l’alba dell’uomo contemporaneo, e pur constatando che la separazione intellettiva tra i due sapiens si va odiernamente riducendo e constatando, altresì, che esiste un’arte parietale remota, praticata anche dai neandertaliani, sicuramente, per quanto riguarda questa circostanza, non può che sottolinearsi il valore simbolico complessivo delle rappresentazioni animali qui presenti. 
E’ quindi opportuno accostarsi ad esse con la dovuta deferenza in quanto esse manifestano le prime riconosciute testimonianze spirituali dell’homo sapiens. Vale quindi per esse quanto si è detto altrove. Gli animali raffigurati costituiscono degli indicatori metafisici o, parimenti, forme simboliche della vita e non sembra che essi potessero adempiere ad altro scopo. D’altronde, se ciò non fosse, non si vede il motivo per cui due studiosi contemporanei, Brigitte e Gilles Delluc, abbiano definito “santuario” l’ambiente della grotta, definizione che ribadiamo e su cui non possiamo che concordare in pieno il che implica il riconoscimento della sacralità di un luogo in quanto in esso si manifesta il divino.
La controprova di ciò, semmai ce ne fosse bisogno, trova sponda in un’altra, forse banale, considerazione. I ricercatori hanno identificato 48 incisioni, di cui poche ben conservate. Gli erbivori sono sovente rappresentati in coppia ma tra questi non si trova la renna, che era la fonte carnea prediletta di questi cacciatori arcaici, il che toglie ogni residuo dubbio in ordine alla validità della desueta soluzione del significato delle rappresentazioni quali espressioni di “magia della caccia”. 
Appena una parola sulla tecnica d’incisione. 
Il  tratto era eseguito per mezzo di una punta in silex adeguatamente percossa, e la figura mostra sovente il suo caratteristico rilievo rispetto al piano con il consueto artificio di utilizzare la prospicenza rocciosa come componente dell’elemento elemento figurativo. Qui, infatti, come altrove, si utilizzavano le gibbosità proprie della roccia, suggerendo così all’osservatore  che quanto rappresentato fosse già incorporato nella materia stessa e che l’artista visionario, con un’opera maieutica, si sforzasse di trarre da essa la figura,  obbedendo a quel principio di permeabilità dello spazio su cui Clottes si era soffermato nei suoi studi, riconoscendo tale capacità estrattiva e penetrativa nella solidità del reale, come una componente caratteristica ed essenziale dell’indole psico - spirituale preistorica .  
Gli animali rappresentati sono equini (6) , bovini (4), cervidi (4) , mammouth (5),  oltre ad essere presenti  tracce di animali indeterminabili. Tra gli equidi si distinguono due esemplari che assumono una posizione inconsueta e rarissima nell’arte rupestre (esistono solo altre quattro raffigurazioni accostabili a quelle rappresentate sul pannello).
Questi cavalli con la testa girata sono gli esemplari che significativamente l’abbé Breuil, il grande studioso dell’arte rupestre, aveva battezzato Agnus dei, come detto in precedenza, prendendone però in considerazione uno solo, ancorché ne avesse lui stesso disegnati due. Una bizzarria che i Delluc hanno rilevato titolando il paragrafo a loro dedicato deux equi dei. Un piccolo enigma quindi, considerato che solo una di queste due incisioni rivestì,  evidentemente, un ruolo particolarmente sacrale per il dotto ricercatore che all’epoca non aveva certamente gli elementi per accostarsi al possibile significato astronomico della figura, che, dalla documentazione fotografica, appare quella maggiormente investita dal fascio solare. 



1112 FIG9 7638 1997 num 94 1 T1 0043 0000 31112 FIG10 agnusdeipanel
Fig .9, 10


Chantal Jegues Wolkiewiez che, come si è ricordato precedentemente, ha censito con particolare competenza  gli orientamenti degli antri preistorici e ha dimostrato, con molteplici esempi, il riferimento astronomico delle rappresentazioni animali nell’arte rupestre, nonché la loro posizione azimutale, in molte circostanze, giungendo fino all’apoteosi descrittiva di Lascaux. La studiosa ha voluto proporre anche nella circostanza un’interpretazione solstiziale dell’agnus dei, attraverso una incontrovertibile verifica sperimentale. Per questo ha preso accordi con l’attuale conservatore della grotta Marc Martinez per operare un’esplorazione mirata dei luoghi. 
I due, all’alba del solstizio d’inverno dell’anno 2008, si sono recati all’ingresso dell’antro per assistere allo spettacolo della luce del Sole solstiziale invernale che penetrava lentamente all’interno dell’antro ed il cui nascente bagliore andava a bagnare precisamente il cavallo con la testa girata. 
Si tratta di uno spettacolo che nessuno aveva visto da millenni (la porta attuale della grotta non è certo aperta all’alba del solstizio invernale). 


In quella circostanza documenta la ricercatrice il movimento del Sole s’inverte in quanto esso riprende a salire dopo l’inabissamento invernale, e quindi a invertire il suo moto apparente nei cieli, giustificando simbolicamente il senso della figura con il collo ritorto rappresentata e stabilendo una relazione con la penetrazione del raggio solare nella grotta opportunamente canalizzato attraverso un “pertuso” che percorrerà tutta la preistoria per poi approdare in tempi storici persino recenti. 
Il cavallo, quindi, esprime quell’inversione del tempo solstiziale che è propria dell’attimo, del kairos, in cui il tempo lineare si “spezza”, s’incrina rivelando un possibile “passaggio” e che, appunto, si ritroverà in precise ulteriori ambientazioni  per un’epoca lunghissima che giunge fin quasi alle soglie dei nostri giorni. Si tratta di eventi che documentiamo nelle immagini successive alle cui didascalie semplicemente rimandiamo avendo trattato il tema in altra sede. 



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Fig.11

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1112 FIG13 newgrange8Fig. 12, 13  

1112 FIG14 scansione25gen1112 FIG15 Copia di 8 raggio6

Fig. 14, 15 

 




Bibliografia:

Anonimo :La nube della non conoscenza, a cura di Piero Bottai Adelphi, Milano,1998
Antonio Bonifacio : Le porte solari vol 1, 2 Simmetria Roma 2018
Jean Clottes, David Lewis Williams: Les chamanes de la préhistoire, la maison de Roche, 2001
Alfredo Cattabiani: Planetario, Simboli, miti e misteri di astri, pianeti e costellazioni; Mondadori, Milano, 2015. 
Ananda K. Coomaraswamy: Il grande brivido, Adelphi, Milano 1987
Ananda K. Coomaraswamy: Tempo ed eternità, Mediterranee, Roma, 2013
Ananda K. Coomaraswamy: La tenebra divina Adelphi, Milano, 2018
Mircea Eliade: Giornale, Boringhieri, Torino, 1977
Mircea Eliade:Trattato di Storia delle religioni, Boringhieri, Torino, 1972
Adriano Gaspani: S Tomé. Astronomia, Geometria e simbolismo cosmico in una chiesa romanica Associazione culturale fonte di Connla, Torino
Arturo Graf: Il mito del paradiso terrestre,  edizioni del Graal, Roma, 1982   
René Guenon: Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano,1975
Renzo Manetti: La lingua degli angeli  Simboli e segreti della basilica di san Miniato a Firenze, Polistampa, Firenze 2009
Vincenzo Nuzzo: Sophia, Victrix, Forlì, 2018
Silvano Panunzio Contemplazione e simbolo, vol,1,2 Simmetria, Roma, 2014 
Giorgio  de Santillana/ Hertha Von Dechend: Il mulino di Amleto, Adelphi, Milano, 1983
Frithjof Schuon: Sulle tracce della tradizione perenne, Mediterranee, Roma,1988 
Frithjof Schuon: Logica e trascendenza,  Mediterranee, Roma, 2013
David Susanetti: La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione, Carocci, Roma, 2017 
(a cura di ) A. Toaff , E, Toaff: Il libro dello splendore, Se, Milano 2008
Chantal Jègues -Wolkiewiez: L’etnoastronomie nouvelle apprension de l’art prehistorique. 2014, ed in proprio 
Chantal Jègues - Wolkiewiez: Le calendriers paleolitiques se Sergeac e de Lartet decriptés, vol.I vol.II, 2015 ed. in proprio  

 

 

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