Parte II
Cronologia delle simplegadi
La nascita del mito e la sua diffusione nel mondo hanno occupato alcune pertinenti considerazioni d’ordine storico proposte da A.K. Coomaraswamy e, del resto, non potrebbe essere altrimenti perché attraverso l’individuazione temporale del mitologema si giunge a dimostrare con maggiore evidenza la fondatezza della pretesa perennialista che sospinge decisamente a ritenere che la formazione dell’ossatura della narrazione sia da ricercarsi in epoca ben precedente ai “metalli”.
La prova principe di ciò riposerebbe su un dato etnografico: la diffusione in tutte e due le Americhe del pattern delle simplegadi, il che non può essere avvenuto che in epoca precolombiana e quindi non potrebbe che risalire all’epoca della cultura di Clovis che è l’estremo lembo del paleolitico superiore, epoca in cui Eurasia e Americhe erano unite.
Scriveva infatti Coomarasmany: ”La diffusione di questo motivo è un segno della sua antichità preistorica, e autorizza a far risalire la complessa struttura dell’Urmythos della Ricerca a un’epoca per lo meno precedente il popolamento dell’America”. E ancora: “E’ quasi impossibile che modelli così complessi abbiano avuto origini indipendenti: siamo costretti a supporre d’aver a che fare con una mitologia d’antichità preistorica e probabilmente neolitica.” (A.K.Coomarasmany:1987, 417)
Ebbene da ciò si può rilevare che, quando Coomaraswamy stese i suoi appunti sul tema si postulava che il popolamento dell’America fosse legato all’attraversamento di un ponte di ghiaccio tra Siberia e America, indagini successive mostrano una realtà diversa che porta a conclusioni assai difformi ma ulteriormente stimolanti. Si reputa, ormai, che le popolazioni del Nuovo Mondo siano lì da ben più tempo di quanto finora era ammesso e quindi risalenti a un’epoca paleolitica ben più lontana.
Approfittiamo dell’ospitalità concessa per una puntualizzazione un poco fuori tema (off topic come si ama dire odiernamente) inerente il tema del popolamento del continente americano che diventa piuttosto cogente nella circostanza prelevando alcune considerazioni dal sito “Ereticamente” che ha ben riassunto lo stato dell’arte in ordine al tema del popolamento dell’America.
Nel 1999 due archeologi dello Smithsonian Institute, Dennis Stanford e Bruce Bradley, studiando l’industria litica Clovis, la più antica del continente americano, hanno scoperto che essa non presenta nessuna somiglianza con quella della Siberia da cui provengono gli antenati degli Amerindi, ed ha invece una somiglianza spiccata con un’industria litica europea, e nello specifico con quella solutreana che è ben antecedente, essendo approssimativamente collocata intorno al 20.000 a.C.
Non basta. Sebbene il sito che ha dato il nome a questa cultura, Clovis, appunto, si trovi nel Nuovo Messico, la maggior parte dei siti in cui compaiono questi manufatti si trova nell’est degli attuali Stati Uniti, concentrata soprattutto attorno alla Chesapeake Bay, la grande baia che lambisce tre stati: Virginia, Delaware e Maryland, oltre al Distretto di Columbia: una disposizione che suggerisce una provenienza dall’oceano atlantico e quindi un irradiamento da est verso ovest. Nell’età glaciale, argomentano Stanford e Bradley, il livello degli oceani era significativamente più basso di oggi a causa della grande quantità di acqua imprigionata sotto forma di ghiaccio sulle masse continentali, inoltre un’ininterrotta “linea costiera” di ghiacci si estendeva dalla sponda europea a quella americana dell’Atlantico inglobando l’Islanda e la Groenlandia. Per dei cacciatori solutreani che si spostassero lungo di essa a bordo di canoe dando la caccia a foche ed altri animali marini, ipotizzano i due archeologi, raggiungere il Nuovo Mondo sarebbe stato tutt’altro che impossibile.
In tempi più recenti, questo quadro, tracciato da Stanford e Bradley, ha ricevuto un’imponente conferma dalla genetica. Circa un terzo del genoma degli amerindi risale al tipo paleolitico definito “eurasiatico settentrionale”, cioè lo stesso che costituisce la componente principale del patrimonio genetico degli Europei. Non va poi dimenticato il rinvenimento a Kennewich nello stato di Washington, di uno scheletro risalente a 11.000 anni fa, l’uomo di Kennewich, appunto, dalle sorprendenti caratteristiche europoidi. Sono inoltre note da tempo popolazioni amerindie accentuatamente “bianche”, nell’America del nord i Mandan oggi estinti, in quella meridionale gli Aracani e i Kilmes.
Tutto ciò a dimostrare come sia legittimo pensare che il tema degli scogli cozzanti sia ancor più vetusto di quanto lo abbia ipotizzato Coomaraswamy e questo ci autorizza ad essere piuttosto audaci sul tema della sua primigenia composizione.
Pattern e modelli
Dopo aver accennato all’antichità del mito varrà la pena di comporre una breve rassegna dei vari “raggruppamenti tematici” con cui esso si propone all’attenzione dello studio, una rassegna compilata a scopo meramente esemplificativo e quindi senza nessuna pretesa di esaustività.
Come si diceva antecedentemente il protagonista di questa “avventura” dagli esiti incerti è sovente indicato come un “eroe”, un predestinato che, appunto, si accinge all’impresa, anche perché altrimenti – così si narra - non potrebbe proseguire nel suo percorso essendovi perennemente impedito dall’ostacolo. A lui non restano che due scelte: tentare l’impresa o tornare indietro. Ciò che ha davanti non può essere aggirato.
Ciò comporta che il personaggio in questione sia dotato di opportuna qualificazione che lo renda idoneo a compiere il tentativo e, parimenti, che sia dotato di una volontà a tutta prova. Nel lavoro di Coomaraswamy si ribadisce in molteplici circostanze che il passaggio tra gli scogli cozzanti si delinea come un’attività fondamentalmente eroica e quindi non alla portata di tutti.
Così è dovunque, quindi, persino nella perduta Groenlandia, il tema mitico non sfugge a questa ineludibile doppia regola (qualificazione e fatalità). In questa circostanza ci si trova di fronte a una variante che non muta la sostanza ma che veste “regionalmente” il nucleo del mito in concordanza con l’aspra natura dei luoghi.
L’eroe “locale” si trova di fronte a due iceberg cozzanti e, per quanti giri faccia, non può evitare d’incontrarli, infine, quando decide di muoversi, nonostante la sua velocità, ammaccherà, nel rapidissimo passaggio, la poppa del suo kayak, tema, questo anch’esso costante. Chiunque passi dal “tempo all’eternità” lascia qualcosa di sé o del suo equipaggiamento da questa parte del mondo deperibile.
La posta in gioco è quindi altissima: la vita stessa. Ora, come detto, la pericolosità della soglia è immaginata in maniera diversa a seconda delle varie circostanze storico ambientali che hanno vestito lo scheletro mitico - una vera e propria selce paleolitica come si vedrà - con abbigliamenti diversi. a seconda degli ambiti in cui esso è stato accolto. Così si parla di canne danzanti, così come è descritto prevalentemente in contesti estremo - orientali, di rocce che si aprono e si chiudono nelle mitologie sudafricane, di scogli cozzanti nel nuovo mondo, di iceberg, anch’essi inevitabilmente fronteggiantisi nelle regioni artiche.
Inoltre, non sempre l’eroe che deve compiere l’impresa è un essere umano, a volte è un animale che assume il compito di “eroe culturale”, un inviato “prometeico” che ruba una conoscenza e la reca agli uomini. Esemplare in questo senso il mito riportato da de Santillana/Von Dechend a proposito di un cervo “ladro di cose divine”, in questo caso si tratta di bastoncini atti ad accendere il fuoco che l’animale inviato riesce a trafugare con suprema abilità dal mondo celeste e consegnarli agli uomini.
Una grande varietà di miti quindi appoggiano la loro narrazione su animali necessariamente veloci e il cane e la lepre sono sovente i protagonisti di episodi di inseguimento che si concludono invariabilmente allo stesso modo. Accade così che in questo raggruppamento narrativo sia la lepre a ricoprire il ruolo dell’eroe e il cane quello di inseguitore. Il cane è alle calcagna della lepre ma, giunto il punto in cui i due mondi s’incontrano e dove ha fine il suo dominio, il cane riesce solo a staccare con un morso la coda della lepre, così la lepre (l’anima?) fa rientro al suo mondo priva della coda.
Come chiaramente vide Von Spiess la lepre deve essere considerata uguale non soltanto all’uccello eroico – altro elemento del raggruppamento di coppie animali - ma anche agli eroi umani e cavallereschi che sono protagonisti di queste “avventure”.
Questo per quanto riguarda la figurazione dei due battenti fatali che incessantemente si fronteggiano. Non basta però la qualificazione personale per traslare da uno stato all’altro, alla riuscita del risultato è anche necessario che concorrano altre condizioni esterne e, per precisione, che il passaggio si attui in certi momenti di transizione che il simbolismo astronomico solare ben si presta a rappresentare, aggiungendosi così un ulteriore elemento utile al completamento del complesso mosaico che ci sospinge e ci indirizza verso le considerazioni che desideriamo proporre in questo scritto.
Così Coomaraswamy ci indirizza verso questo costrutto astronomico:
“La notte e il giorno sono il mare che trascina via tutto. E i due crepuscoli ne sono gli attraversamenti guadabili, così il sacrificatore compie il suo sacrificio al crepuscolo “...”La notte e il giorno sono poi le braccia avvolgenti della morte; e come a un uomo che è sul punto di afferrarvi fra le sue braccia è possibile sfuggire attraverso l’apertura fra di esse, così egli sacrifica al crepuscolo ...questo è il segno della Via degli Dei, che egli prende raggiungendo senza pericolo il Cielo” (A.K.Coomaraswamy: 1987, 425).
A questo punto, per mero inciso rivolto alla contemporaneità, è lecito domandarsi se il verso di un noto componimento di Franco Battiato “Il mio maestro mi insegnò a leggere l’alba dentro l’imbrunire” sia da ricondurre a un insegnamento di Gurdijeff, oppure sia da considerarsi discendente di una ispirazione ricevuta dagli scritti di Coomaraswamy,
Affondando un poco più i denti sul tema possiamo trovare una riprova di tutto ciò da questo passaggio di de Santillana/Von Dechend dove all’elemento del passaggio quotidiano del Sole dal giorno alla notte si aggiunge un ulteriore elemento temporale e cioè la ricorrenza della circostanza equinoziale: “Si riteneva che in due soli momenti dell’anno fosse possibile la partenza per l’altro mondo; cioè quando il sole calante, nel giorno dell’equinozio, sta per toccare l’orizzonte e manda una scia di luce sul mare. In quei giorni il sole era aperto come una porta perché in quei punti e sullo zodiaco e sull’equatore. La barca magica andando nella scia di luce doveva raggiungerlo prima che calasse in mare” (Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend: Il mulino di Amleto).
A questo punto ci siamo decisamente e ulteriormente approssimati alla comprensione del possibile significato spirituale che il passaggio attraverso le simplegadi ubiquitariamente suggerisce, dal momento che non è sufficiente che i due stipiti della Porta Attiva stiano l’uno di fronte all’altro, come richiede la natura stessa di una porta, ma allo stesso modo occorre che vi siano condizioni interiori ed esteriori affinché tale attraversamento sia reso possibile.
Della natura individuale del soggetto prescelto abbiano parlato, ora è necessario approfondire lo sfondo “paesaggistico” in cui questi si muove.
In altre parole è giunto il tempo di domandarsi cosa vogliono indicare queste due porte in perenne movimento e che significato sottende un ostacolo tanto crudele? Esse, in sintesi, si configurano come ostacoli interiori, rappresentandosi tramite esse le“coppie di opposti” o “contrari” di ogni sorta. Il prescelto ’eroe’ deve passare nella ricerca della vita con un'equanimità superiore e trovarsi quindi un preciso stato dell’essere che gli consente il transito, condizione che non è data ma va guadagnata.
Ostacoli interiori che però necessitano di un appoggio esterno colto nella dinamica della manifestazione perché possa sempre sussistere una relazione tra macrocosmo e microcosmo che permetta una corretta relazione omologica tra eventi.
Il passaggio avviene oltre la dualità: il mondo con le sue antinomie inconciliabili rappresentate anche iconograficamente come le fauci animali che si serrano in continuazione, costituisce l’ostacolo all’accesso alla Realtà, la nube della non conoscenza che si frappone alla Comprensione unificante. Osiamo dire che siamo di fronte all’attestazione mitologica del tema strettamente metafisico della “non dualità” che è proprio della tradizione filosofica divina platonica che, come tutte le tradizioni spirituali integrali, si fonda sulla conoscenza dell’assoluto non duale percepibile con il “terzo occhio” che unifica i duali.
Per ancor meglio sottolineare ed evidenziare questo concetto, legato alle antinomie dell’apparenza, Coomaraswamy scrive:” Il fatto che in tante delle lingue più antiche (con vestigia in alcune di quelle moderne) le stesse radici spesso esprimono significati opposti, distinguibili, soltanto con l’aggiunta di determinativi è un indizio del modo di procedere della ‘logica primitiva’, che non è astrattiva (da una molteplicità esistente) ma deduttiva (da un’unità assiomatica). La stessa tendenza sintetica è riconoscibile negli antichi duali che denotano non la semplice associazione di due persone, ma la biunità di una sola. Molti dei nostri religiosi più profondi (per esempio quello della processione divina ex principio vivente conjucto) derivano da queste intuizioni“
Non sarà certo superfluo sottolineare come il concetto di “biunità” sia stato ben approfondito da H. Corbin impiegando egli, ulteriormente, un neologismo perfettamente equivalente e cioè “dualitudine” che il filosofo declina in una specifica accezione, ovvero come unione dei complementari, giammai degli opposti.
In ultima analisi quel passaggio non in qualche luogo o tempo andrà trovato, ma dentro di noi, come ci richiama Il Vangelo di Luca quando scrive “il regno di Dio è dentro di voi”, infatti è detto: “Non è possibile trovare la fine del mondo camminando, è dentro questo stesso corpo lungo un braccio che bisogna compiere il pellegrinaggio. La nostra anima è come il giorno e il nostro corpo come la notte / Noi nel mezzo, siamo l’alba fra il nostro giorno e la nostra notte”.
Il passaggio va compiuto istantaneamente: si tratta di traslare dal mondo del tempo (cioè del passato e del futuro) a un’Ora eterno; e fra questi due mondi, temporale e atemporale, non vi è alcun contatto possibile se non nell’istante senza durata che per noi separa il passato dal futuro, ma che per gli immortali abbraccia il tempo nella sua totalità. Nicola Cusano in De Visione Dei scrive: ”Il muro del Paradiso in cui tu Signore abiti, è costituito da proposizione contraddittorie, né ci è alcun modo di penetrarvi salvo per colui che ha vinto il sommo spirito della Ragione che ne custodisce l’entrata” da cui consegue “Al vincitore darò da mangiare dell’Albero della Vita che sta nel mezzo del paradiso di Dio” (Ap. 2,7)
Particolarmente “illuminante”, a proposito dell’istante senza durata che costituisce il kairos extratemporale in cui v’è possibilità del passaggio, è l’immagine della clessidra proposta da F. Schuon nel suo Logica e Trascendenza. Essa è infatti apparso come il simbolo più adeguato per esprimere la relazione tra l’immanenza e la trascendenza separata dal “collo stretto” delle simplegadi. Così la espone Vincenzo Nuzzo:” Più che dalla distanza Alto/Basso, essa è caratterizzata infatti da un vero e proprio irrecuperabile disassamento fra le due sfere di essere, che sbarra pertanto effettivamente la strada a qualunque comunicazione. Si tratta infatti di due forme dell’essere che sono radicalmente diverse. La possibilità di comunicare sussiste però comunque attraverso la realtà del tutto imperscrutabile di uno strettissimo passaggio, il quale ha il potere di ripristinare la comunicazione nell’insorgere di un vero e proprio asse verticale Alto e Basso. Le metafore evangeliche della porta stretta e della cruna dell’ago si riferiscono proprio a questo.” (Vincenzo Nuzzo 2007, 192 nota 304). Non sarà superfluo aggiungere che il “batter d’occhio paolino” che equivale all’attimo (athomus) inerisce il simbolismo della porta stretta ed esso era considerato la più piccola unità di tempo concepibile (Nube della non conoscenza, pag.28 nota 1)
Questo quindi è il passaggio, la via per evadere dall’universo (Ermete Trismegisto XI 2,9) ed entrare in quella condizioni al di là delle antinomie indicata con la locuzione Tenebra divina e che Dionigi definisce “accecante per eccesso di luce” e dove la tenebra e la luce “non stanno separate l’una dall’altra ma insieme una nell’altra secondo l’indicazione di J. Boehme. Essa è quindi la “porta” la traccia unica e la retta via che attraversa il punto cardinale intorno al quale ruotano i contrari; se ne può raggiungere l’unità soltanto penetrando là dove essi coincidono attualmente. Di questa commistione abbiamo una trasposizione sul nostro piano d’esistenza nel fenomeno dell’aurora boreale, ben visibile nelle regioni polari, che, appunto, è manifestazione di “Tenebra divina” su questo piano d’esistenza.
Annotazioni astronomiche.
Si è appena visto come il passaggio tra i due stadi inconciliabili non può avvenire in un qualunque “momento”, piuttosto tale possibilità può rendersi concreta solamente in alcune circostanze delineate astronomicamente dai movimenti solari letti sul piano dell’orizzonte, condizioni quindi ben determinate.
Coomaraswamy aveva colto questi momenti fatidici individuandoli nell’alba e nel crepuscolo ( in cui c’è il passaggio notte- giorno e giorno-notte) mentre De Santillana/Von Dechend, sottolineavano la possibilità del passaggio a uno specifico crepuscolo annuale e cioè all’equinozio primaverile individuato come una via aperta per raggiungere il regno dei morti.
La selezione di alcune opere letterarie, attinenti il tema delle simplegadi, prevalentemente riferibili all’area celtica, consentono di isolare ulteriormente questo tema che, nella circostanza, si presenza con notevoli varianti che non ne intaccano il presupposto principale. Si tratta di storie cavalleresche e per conseguenza anche riflettenti la materia del graalica. Esse contengono un grande serbatoio di informazioni in ordine alle relazione tra le simplegadi e il Cielo con il quale la comunicazione si realizza attraverso la porta solare.
L’eroe in questo caso è quindi un cavaliere e nella storia celtica dal titolo La Mule sans frein si narra come Gawain arrivi, dopo perigli vari, al castello dove deve recuperare la briglia rubata. Il castello però ha una caratteristica “innaturale”: gira su stesso come una trottola o come la ruota di un mulino per cui bisogna imboccare il cancello al suo passaggio istantaneo davanti a nostri occhi. Gawain ci riesce, però il bordo volvente del cancello mobile recide una parte della coda del mulo, e come già visto la “perdita” di una parte di “sé” è un tema classico del mito. Si tratta in questo caso di una variante: alla barriera “battente” si sostituisce la barriera “rotante” con identico risultato.
Per questo motivo il castello rotante appartiene alla stessa categoria generale delle porte che perpetuamente sbattono e delle rupi cozzanti identicamente stritolatrici. Il castello rotante veicola però un suo trasparente significato astronomico. Esso è, infatti, una barriera mobile dall’ingresso sfuggente, in quanto necessariamente la porta d’accesso ruota con il castello e che con la sua vorticosa motilità ostacola l’ingresso a chi si presenta al suo cospetto impedendogli di entrare in un mondo indicibilmente altro.
Un esempio notevole di ciò si trova in una storia del ciclo dell’Ulster (Fled Bricrend). Qui il castello, come anzidetto, ruota rapido come una macina, e ciò è una precisa trasposizione del “cielo geocentrico” concepito come una macina celeste. La sua mobilissima entrata è una evidente trasposizione simbolica della Porta del Sole, com’è chiaramente indicato dalla circostanza che l’ingresso è impossibile da trovarsi dopo il tramonto e che quindi è accessibile nelle ore diurne solo nei momenti di “stazione” dell’astro.
Una indicazione pressoché esplicita della qualità solare di questa porta, la troviamo altresì nel mondo induista e precisamente nel Mahabharata in cui verbosamente si descrive una Ruota che è concepita come trappola per maldestri ladri di soma (tema degli “eroi culturali”), soma che si trova solo dall’altra parte e quindi solo superando il predetto diaframma: ”Davanti al Soma Garuda vide una ruota dal bordo affilato, coperta di lame taglienti, che incessantemente ruotava, terrificante e splendente come il sole un congegno d’aspetto indicidibilmente spaventoso, abilmente forgiato dagli dèi per fare a pezzi i ladri di Soma: il Viandante del Cielo avendovi scorto un’apertura, cominciò a girare contraendo il corpo sfrecciò istantaneamente fra i raggi e volò via con l’Acqua della Vita”. Qui il protagonista adempie alla sua vocazione di “eroe culturale”

Fig. 6
Fig.7 (due immagini)


