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Una porta celeste sostiziale (di Antonio Bonifacio)

La Grotta di Pair-non-Pair

La prima testimonianza di una liturgia della luce lunga 300 secoli

Gli uomini, a differenza di tutti gli altri, possono utilizzare la loro breve vita corporea dotata di una coscienza intellettuale per tentare di uscire dalla caverna, allo scopo di non rientrare in un’altra e successiva caverna nella sequela senza fine delle nascite e morti rinascite e rimorti che costituiscono il samsara. In India come altrove d’altra parte l’uscita della caverna cosmica è considerata collocata al polo Nord. 
Gian Giuseppe Filippi: Le porte solstiziali ed equinoziali

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L’Ade  è lo spazio stesso della caverna, è lo squallore infero della città dove i prigionieri conducono la loro esistenza, senza sapere che quello che chiamano vita è uno stato uguale alla morte, senza sapere che tutto ciò per cui disputano e contendono aspramente, tutte le distinzioni e gli onori cui ambiscono non hanno alcuna consistenza di verità, Larve, spettri, teste senza forza – come direbbe Omero - sono, in realtà i cosiddetti vivi
Davide Susanetti

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L’anima può via via risalire nella gerarchia degli stati di liberazione fino a uscire completamente dal ciclo delle nascite e delle morti se si separa completamente dal corpo e dal mondo e attinge alla perfetta contemplazione del Bene.
L.M.A. Viola 


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Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano
Mt 7, 14

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Abitando sin nella nascita nella caverna città, l’anima è gravata dai pesi del "mondo del divenire, dalla zavorra di un’esistenza che la storce e la costringe a guardare verso il "basso", dal turbine delle sensazioni, passioni e consuetudini che la portano a ignorare se stessa. Nell’antro delle ombre, col passare del tempo, la sua natura viene sconciata e, per così dire "sfranta" e "mutilata", come un coro cui vengono tagliate le membra o cui venga impedito lo sviluppo cui è destinato, Alla fine la psyché appare pressoché irriconoscibile tanto è stata alterata dai mali.
Davide Susanetti

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Quest'attività non richiede molto tempo per essere compiuta come invece molti credono: è anzi la più breve che si possa immaginare. Non è più breve o più lunga di un attimo il quale secondo la definizione dei sapienti nella scienza dell’astronomia, è la più piccola unità di tempo: così piccola da essere indivisibile e quasi incomprensibile (l’originale ha athomus , atomo, il batter d’occhio della Bibbia greca. Nel latino medioevale indica la più piccola unità di tempo, fissata poi nell’equivalente di 15/94 di un secondo. L’italiano "attimo" deriva appunto dal greco attraverso il latino tardo atomum.        
Nube della non conoscenza

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Nel 1947 fu pubblicato con il semplice titolo "Le simplegadi" un memorabile articolo di Ananda K Coomaraswamy. Si tratta di uno scritto che riveste un’enorme importanza per lo studio comparato delle religioni e rappresenta un contributo essenziale per una corretta comprensione di quella impostazione metodologica di ricerca che si situa nel solco della riscoperta della Tradizione primordiale, quasi a costituirne uno degli imprescindibili elementi fontali. 
Tale intervento, che compare come penultimo nell’ordine degli articoli del libro Il grande brivido, che riunisce, tematicamente ordinati, taluni lavori dell’autore cingalese, è strettamente correlato al successivo scritto Svayamatrinna: Janua Coeli, così da formare quasi un tutt’uno con l’altro, anche se, nell’ordine di pubblicazione lo studio citato, è precedente risalendo al 1939. Premesso ciò, considerato altresì che l’autore è deceduto nel 1947, si può ritenere che tale articolo corrisponda alla fase più matura di Coomaraswamy ed esprima, con grande ricchezza di dettagli e nel miglior modo, la sue convinzioni in materia di perennialismo, convinzioni maturate nel corso della sua vita di studi e in cui più volte l’autore si è reso conto di inciampare nello stesso pattern mitico, contraddistinto da specifici simboli tutti costantemente incentrati sul tema del “passaggio pericoloso”.
Del resto, senza per questo voler essere sistematici, ulteriori contributi al tema delle simplegadi possono trovarsi sia in un altra raccolta dello studioso, e cioè il recente (per l’Italia) La tenebra divina (che già dal titolo sottende l’allusione implicita al tema delle “porte cozzanti”), sia nel volume Tempo e Eternità, sia altrove seppur esplicitati in maniera più accennata. 
Coomaraswamy, per togliere ogni dubbio sulla sua impostazione di ricerca,  convoca proprio sant’Agostino a suffragio della bontà delle proprie argomentazioni, una riflessione del padre della Chiesa come pietra angolare della sua costruzione teoretica: ”La filosofia metafisica è chiamata “perenne” per la sua eternità, universalità e immutabilità: è la Sapienza increata che è tale perché sempre fu, e tale sempre sarà” dice sant’Agostino: è la religione che, come egli dice ancora, ricevette il nome di Cristianesimo solo dopo la venuta di Cristo. Ciò che fu rivelato in principio contiene implicitamente tutta la verità; e fintanto che la tradizione è trasmessa senza deviare, fintanto, in altre parole, che la catena dei  maestri non si interrompe, non esiste possibilità di incoerenza e di errore”   (A. K. Coomaraswamy, 1987 31).  

In definitiva quindi il nucleo degli scritti, oggetto dell’attenzione in questa circostanze, si pone sotto la protezione delle parole del vescovo d’Ippona che lo legittimerebbero pienamente nella sua ricerca comparativa. Il tema delle simplegadi è, quindi, da considerarsi come una delle indagini più rilevanti nella pubblicistica dell’autore, lo stesso in sé della sua attività, soprattutto per i germi che esso contiene in nuce e che attendevano di essere sviluppati giunte le circostanze propizie. 
La diffusione del tema ha, infatti, aperto dei nuovi orizzonti comparativistici alla materia oggetto di disamina, che possono, per le numerose conseguenze  che questi contenuti trascinano, portare a conclusioni che si potrebbero definire, seppur parola abusata, davvero “rivoluzionarie”, in ordine alle conoscenze del nostro più remoto passato nell’ottica inquadrato in quella concezione denominata “evoluzione regressiva” che tende a individuare il tracciato catabasico della parabola spirituale umana lungo l’apparente scorrere del tempo. 
In effetti la bontà delle argomentazioni contenute della disamina dello studioso è stata successivamente inverata da nuove acquisizioni tratte genericamente dall’archeologia, testimonianze che tendono a dimostrare come l’ampia e variegata mitologia delle simplegadi sia stata supportava una correlativa attività rituale e, pertanto, come conseguenza scaturente da queste ulteriori contributi, non può che attribuirsi un valore davvero provvidenziale alle primigenie intuizioni in materia.


A queste nuove possibilità, a questi ulteriori sviluppi che perfettamente si agganciano alla materia descritta e ulteriormente la definiscono, vogliamo offrire, nei limiti delle nostre possibilità, un modesto ma convinto contributo prendendo spunto da un territorio di ricerca complessivamente ostico qual è l’alta preistoria e, più precisamente, il paleolitico superiore. 
La rivisitazione integrale dei temi preistorici, compiuta negli anni successivi alla morte dell’autore, ha comportato che alcuni elementi della materia si trovino a incastonarsi perfettamente nel tessuto connettivo delle innumerevoli varianti in cui il mito delle simplegadi è articolato, qualunque sia la gradazione  geografica o temporale in cui il genoma essenziale si rivela al suo interprete. 
A questa schematizzazione introduttiva si dedicheranno alcune delle  successive pagine.


Prima di procedere però è necessario comprendere più da vicino il mutato orizzonte in cui gli eventi si collocano e, in particolare, il deciso cambiamento d’approccio al tema preistorico del mondo degli studi, terreno di perlustrazione privilegiato nella circostanza per un mito di comprovata antichità. Questo decisivo cambio di paradigma ha consentito di proporre soluzioni interpretative  che solo vent’anni fa sarebbero risultate impensabili.  
Allo stesso modo risulta congruente prendere in considerazione un altro elemento che contribuisce a dare sostegno alle presenti argomentazioni. Esiste oggi un vasto movimento di studiosi che sono ben propensi ad affrontare lo studio della spiritualità della preistoria in una prospettiva emica.
Infatti, se nella metà del secolo scorso gli archeologi, e diciamo in generale i preistoricisti, credevano che la vita spirituale dei popoli antichi fosse una delle  componenti più indefinibili e pertanto inavvicinabili di una cultura (C. Hawkes 1954 : 162) e che, per conseguenza,  essa non fosse suscettibile di possibile indagine, oggi l'archeologia tende ad andare oltre lo studio della materialità dell'esistenza umana e cerca di penetrare in profondità in una mente e, magari, in un’anima dalle poliedriche possibilità. 
Con un diverso approccio quindi gli studiosi hanno ampliato lo spettro delle loro esplorazioni del passato; nuovi soggetti sono stati aggiunti alla corrente agenda di ricerca, alcuni che vanno ben oltre la sfera della cultura materiale, come, appunto, è lo studio della spiritualità antica.  
Non solo. Sono ben noti i contributi ultradecennali di Julien Ries ed Emmanuel Anati a questo orientamento di lettura spirituale delle testimonianze arcaiche, ma, oltre a costoro, sono numerosi ormai  gli studiosi che volgono lo sguardo alle origini senza essere frenati da pregiudizi evoluzionistici circa il riconoscimento di capacità intellettive elevate a questi remoti antenati. 
Se si pensa che fino a pochi anni fa una studiosa di calibro internazionale come  Annette Laming Empereair poteva demolire, come ci racconta Antony Aveni in un passaggio, le “scandalose” prospettazioni dell’“americano” Alexander Marschak sui calendari lunari aurignaziani utilizzando presunte deficienze intellettive dell’uomo arcaico (“… perché i detrattori di questa tesi sostenevano che la registrazione abituale di dati sul calendario non e compatibile con quanto sappiamo sul livello di intelligenza di queste popolazioni arcaiche” (Antony Aveni: 1993, 81),  ebbene, è il caso di dirlo, da allora, in senso opposto, se n’è fatta di strada! 
Questo recente tipo di approccio si interroga in ordine alla possibile praticabilità di un’esperienza spirituale profonda dei nostri antenati ponendosi  tra le altre le seguente domande: quanto della spiritualità del passato è ancora accessibile alla nostra comprensione oggi, sottratta all’osservatore la lente deformante posta dalla modernità sul passato? 
Si possono ricostruire contesti artificiali che permetterebbero la ricreazione della condizione fenomenologica analoga all’originale? Sono domande importanti, anzi davvero fondamentali, cui non è dato rispondere in maniera semplicistica, tuttavia si vuole qui cogliere un passaggio di straordinaria importanza proveniente dal noto preistoricista Jean Clottes che, in un’intervista contenuta nella pellicola di Werner Herzog Cave of Forotten dreams,  ha affermato la necessità di rivisitare il concetto di homo sapiens sostituendo il termine “sapiens” con quello di “SPIRITUALE”, affermazione lapidaria che ci appare come il migliore viatico per entrare finalmente nella polpa dell’argomento prescelto, visto che proviene da un “moderno”, non prima di aver menzionato, per equità, il nostro grande Tommaso Campanella filosofo e teologo di spessore infinito. Panunzio ci porge uno dei pensieri essenziali del domenicano, che possiamo annoverare tra i seguaci della Tradizione primordiale, e lo studioso lo esprime con queste parole:

“Secondo Campanella, l’uomo primitivo disponeva di un intuito detto ’sensus inditus’ (innato); con l’avanzare dei millenni questa facoltà spontanea regredisce, mentre si afferma l’uomo razionale che ha delle cose, un’esperienza più indiretta e fallace. Nell’uomo civilizzato si perde, così, il contatto con l’universo sottile (magico) e con Dio (richiamando Eliade e il suo ‘Giornale,’ vedi infra n.d.r.), talché il suo senso inditus diviene latente, nascosto, offuscato; esiste sempre, ma è, ormai, un sensus abditus” (S. Panunzio 2004,122).
A questa possiamo accostare un’altra riflessione:”  Come sappiamo, la Creazione rimane la stessa; è l’uomo che perde l’occhio della contemplazione e che, da un certo momento in poi vede tutto deformato.  La Creazione si ispessisce si solidifica ma solo impropriamente; sono gli organi umani che non sanno più trasfigurarla. In questo stesso senso la “fine del mondo” e “in nuovi cieli e la nuova terra” sono la fine dell’errore e dell’illusione, dell'ottenebramento e dell’ispessimento. La fine è una grande trasfigurazione universalmente  valida”(S. Panunzio 2014 vol.1° 169).  
Per conseguenze si stabilisce una sorta di gerarchia: l’uomo preistorico è essenzialmente spirituale e semmai, in conseguenza di ciò, è sapiens e lo è perché, prima di ogni cosa,  egli è essenzialmente un contemplativo. 
Ciò partendo da questo punto fermo, che riassume quanto già in passato illustri studiosi, che Coomaraswamy aveva menzionato nel suo scritto a suffragio della retrodatazione del mito nella profondità stesse della preistoria, avevano indicato circa la predetta condizione spirituale originaria, realizzando, per giunta, l’uomo moderno un allontanamento, una dissipazione di queste sue potenzialità originarie nel senso appena visto in Campanella. 
Annotava appunto Coomaraswamy: “Questa considerazione non presenterà alcuna difficoltà per antropologi come padre W. Schmidt, Franz Boas, Paul Radin e Josef Strzygowski, che non vedono alcuna differenza tra le capacità mentali dell’uomo primitivo e quelle dell’uomo moderno il quale, se anche è capace di una visione tanto astratta non ha assolutamente nessuna inclinazione a essa, e di certo non fonda su di essa la sua arte e la sua letteratura". (A.K. Coomaraswamy:1983, 428 nota 22).
In un altro lavoro abbiamo parlato a lungo della complessità dei calendari aurignaziani di Sergeac e Lartet, summa veramente prodigiosa di sapere osservativo e di capacità annotazionali. Si tratta di oggetti minuscoli posti in essere in difficili condizioni climatiche dai nostri predecessori, che rivelano una straordinaria relazione tra l’inaugurazione del ciclo metonico, alla vigilia dell’equinozio di primavera, che coincide con l’apparizione ierofanica del salmone “regale” nei corsi d’acqua frequentati dai nostri predecessori nella regione della Vézère.
Qui, a proposito di capacità mentali, che appunto riflettono una retrostante ricettività  spirituale, sarà utile fornire un ulteriore contributo offerto dalla consultazione dell’articolo “Phehistoria de la matematica y mente moderna pensamiento matematico y recursividad en il Paleolitico  franco-catabrico” di cui sono autori Francisco A. Gonzales Rotondo, Manule Martin Loeches  e Enrique Silvan Pobes. L’argomento è collaterale ai nostri intendimenti espositivi  è però rilevante il valore che alcuni sottovalutati e declassati  documenti preistorici possono mostrarci in relazione alle capacità analitiche dei nostri predecessori. 

1112 FIG1 astabrasempFig. 1

In pratica nella circostanza si tratta di una serie di incisioni prodotte su delle ossa preistoriche che hanno la caratteristica di essere raggruppate per sequenze significative e certamente affatto casuali. Per esempio sull’asta ossea di Brassempouy la sequenza numerica registrata tramite incisioni raggruppate secondo il seguente ordine 1, 3, 5, 7, 9 sta a rappresentare evidentemente la sequenza dei primi numeri dispari di cui 3 e 7 occupano la parte superiore e 5 e 9 quella inferiore mentre l’uno è coricato orizzontalmente tra le due sequenze. Questa composizione offre la possibilità di diverse combinazioni incrociate su cui non ci inoltriamo ma che avrebbe dovuto recare specifici significati per i  nostri antenati.        .  

Il mito delle simplegadi 

Il mito delle simplegadi sembra nascere come rimedio a un evento catastrofico primordiale e l’evento primordiale spirituale per eccellenza è la frattura che si si consumò illo tempore quando “Cielo e Terra” si separarono dando luogo a quella variabilità conosciuta come “tempo” 

1112 FIG2 scansione1

Fig. 2

Le conseguenze di questa “caduta” o “cacciata” dal carattere mitologicamente ubiquitario, occupano  lo spazio di moltissimi studi che qui non è il caso citare anche perché il lettore di argomenti tradizionali è ben a conoscenza delle fonti cui attingere. 
Tuttavia in relazione alla circostanza della iniziale e irrimediabile frattura di Cielo e Terra, che si traduce nella trascendenza di Dio,  non possiamo non richiamare alcuni riferimenti in ordine alle conseguenze che produsse tale primigenia separazione. 
Sostando nell’ambito della tradizione ebraico-cristiana, possiamo leggere una riflessione proposta da Elio e Ariel Toaff, eminenti personalità della cultura ebraica, che hanno scritto un notevole commento allo Zohar o “Libro dello splendore” in cui gli elementi interpretativi essenziali suggeriscono  indirettamente anche possibilità operative di restaurazione dello stato edenico, non certo oggetto delle presenti considerazioni. 
In questo studio i due commentatori richiamano la dinamica caduta delle origini e il conseguente “addensarsi” del mondo e lo fanno incisivamente con queste parole:

La colpa di Adamo, interrompendo il naturale flusso creativo nella natura, ha provocato il suo allontanamento dal creato. Dio è divenuto così trascendente e il mondo è andato differenziandosi, sfumando e stemperando sempre di più il proprio “colore” divino. Nell’Eden infatti la realtà non era materiale e solo la colpa di Adamo l’ha fatta precipitare dal livello spirituale a quello sensibile” (dal commento introduttivo a “Il libro dello splendore” di Elio e Ariel Toaff, pag. XX).


Mircea Eliade ha fatto di questo momento topico il nocciolo della sua ricerca complessiva, snodatasi in decenni di incessanti studi. Da essa si sono poi generate le migliaia di pagine prodotte nel corso degli anni dal celebre ricercatore incentrate costantemente su tematiche storico – religiose, a volte anche efficacemente incapsulate in forma romanzata. Malgrado la copiosità della sua produzione alla fine della sua carriera Eliade, colto dallo scrupolo di non essersi espresso sul tema con sufficiente chiarezza, annotò sul suo “Giornale” una riflessione che ha quasi il sapore di una confessione. Tale riflessione sembra esprimere quasi la preoccupazione di un bilancio in perdita della sua carriera di storico e fenomenologo delle religioni riproponendosi in quelle pagine il nodo essenziale della sua ricerca: “Sfoglio oggi il mio ‘Trattato’ soffermandomi soprattutto sul lungo capitolo sugli dèi del cielo; mi chiedo se il messaggio segreto del libro sia stato capito…i miti e le ‘religioni’, in tutta la loro varietà, sono il risultato del vuoto lasciato nel mondo per essersi il dio ritirato, trasformato in Deus Otiosus e scomparso dall’attualità religiosa… ma si sarà capito che la “vera” religione inizia solo dopo che Dio si è ritirato da mondo? Che la sua trascendenza si confonde e coincide con il suo eclissarsi?… (dal “Giornale” dell’8 novembre 1959 di Mircea Eliade)
1112 FIG3 solstizio

Fig.  3

In conclusione di questo paragrafo si può dire in forma di efficace semplificazione che al tema catabasico della “discesa” si contrappone il tema della “risalita”, possibilità anagogica offerta in ogni latitudine dai contenuti del mito delle simplegadi in quanto esso suggerisce una necessaria corrispondente attività rituale che conduce  al ristabilimento di una condizione perduta, elemento di cui ci occuperemo nelle successive pagine.  

-Alcuni pattern del tema distinti per ambiti geografici  
Il core del mito delle simplegadi si fonda sul superamento di un passaggio reso difficilissimo dalla presenza di una “soglia” mobile e stritolante che fa da ostacolo alla comunicazione tra i due ambiti, un passaggio che sembra possa essere superato solo da un predestinato, da un “eroe”. 
Questo ostacolo ha una natura non solo pericolosa ma addirittura ferale ed è variamente rappresentato a seconda dei contesti storico culturali nel quale il mito, dispiegato in una lunghissima cronologia temporale, è chiamato a esercitare la sua funzione. 
Abbiamo così il tema due montagne tra loro cozzanti, delle due porte identicamente sbattenti, delle due lame, dei due scogli, due isole, due mascelle etc. 
Questa porta attiva con i suoi battenti stritolatori dell’incauto  impone che “per passare in mezzo ai quali occorre scoprire da se stessi i mezzi per farlo”, costituisce la quintessenza “di quelle forme mitiche di quel passaggio prodigioso oltre il quale sta l’oceano, l’isola dei Beati, il regno dei morti”.

1112 FIG4 22
Fig 4

La porta attiva, in altre parole, separa il mondo della conoscenza empirica, duale, dall’aldilà spirituale le cui caratteristiche non possono che risultarci  incomprensibili nella prigionia della condizione umana. Un “velo” separa i due stadi, come scrive l’anonimo autore della Nube della non conoscenza.” Quando dico oscurità, voglio dire mancanza di conoscenza; allo stesso modo  tutto ciò che non conosci o che hai dimenticato ti è oscuro perché non lo vedi con l’occhio dello spirito. Per questa ragione si chiama nube, ma della non conoscenza, che si trova fra te e il tuo Dio” (1998, 32).

Una “nube” che il nostro filosofo Silvano Panunzio ha più volte fatto corrispondere all’atrofizzazione del terzo occhio, quell’organo contemplativo unificante, denominato, appunto, nel periodo precedente occhio dello spirito, che si è chiuso progressivamente dopo la cacciata edenica e il suo epilogo post noachita; eventi paradigmatici propri dell’evoluzione discendente secondo la precisa indicazione della locuzione guénoniana (e panunziana). Un occhio che possiamo accostare al senso complessivo del mito, potendosi immaginare che esso costituisca una sorta di porta solare individuale. 
   
Le caratteristiche che separano il “qui” conosciuto con l’”aldilà”  “presuppongono  l’antica credenza popolare in cui una via d’accesso all’altro mondo  formata da due pareti rocciose che cozzano l’una contro l’altra”. Le Planktai Petrai sono, in altre parole, i battenti della porta d’Oro, della Janua coeli di cui secondo la tradizione cristiana, san Pietro, incaricato dal figlio dell’uomo, è ora il guardiano, superata la quale si è nel “Regno dei cieli”.

1112 FIG5 800px St. Uriel St Johns Church Boreham1112 FIG5 Uriel
Fig. 5 (due immagini)


 Parte II

Cronologia delle simplegadi 
La nascita del mito e la sua diffusione nel mondo hanno occupato alcune  pertinenti considerazioni d’ordine storico proposte da A.K. Coomaraswamy e, del resto, non potrebbe essere altrimenti perché attraverso l’individuazione temporale del  mitologema si giunge a dimostrare con maggiore evidenza la fondatezza della pretesa perennialista che sospinge decisamente a ritenere che la formazione dell’ossatura della narrazione sia da ricercarsi in epoca ben precedente ai “metalli”. 


La prova principe di ciò riposerebbe  su un dato etnografico: la diffusione in tutte e due le  Americhe del pattern delle simplegadi, il che non può essere avvenuto che in epoca precolombiana e quindi non potrebbe che risalire all’epoca della cultura di Clovis che è l’estremo lembo del paleolitico superiore, epoca in cui Eurasia e Americhe erano unite.  
Scriveva infatti Coomarasmany: ”La diffusione di questo motivo è un segno della sua antichità preistorica, e autorizza a far risalire la complessa struttura dell’Urmythos della Ricerca a un’epoca per lo meno precedente il popolamento dell’America”. E ancora: “E’ quasi impossibile che modelli così complessi abbiano avuto origini indipendenti: siamo costretti a supporre d’aver a che fare con una mitologia d’antichità preistorica e probabilmente neolitica.” (A.K.Coomarasmany:1987, 417)


Ebbene da ciò si può rilevare che, quando Coomaraswamy stese i suoi appunti sul tema si postulava che il popolamento dell’America fosse legato all’attraversamento di un ponte di ghiaccio tra Siberia e America, indagini successive mostrano una realtà diversa che porta a conclusioni assai difformi ma ulteriormente stimolanti. Si reputa, ormai, che le popolazioni del Nuovo Mondo siano lì da ben più tempo di quanto finora era ammesso e quindi risalenti a un’epoca paleolitica ben più lontana.
Approfittiamo dell’ospitalità concessa per una puntualizzazione un poco fuori tema (off topic come si ama dire odiernamente) inerente il tema del popolamento del continente americano che diventa piuttosto cogente nella circostanza  prelevando alcune considerazioni  dal sito “Ereticamente” che ha ben riassunto lo stato dell’arte in ordine al tema del popolamento dell’America.  
Nel 1999 due archeologi dello Smithsonian Institute, Dennis Stanford e Bruce Bradley, studiando l’industria litica Clovis, la più antica del continente americano, hanno scoperto che essa non presenta nessuna somiglianza con quella della Siberia da cui provengono gli antenati degli Amerindi, ed ha invece una somiglianza spiccata con un’industria litica europea, e nello specifico con quella solutreana che è ben antecedente, essendo approssimativamente collocata intorno al 20.000 a.C. 


Non basta. Sebbene il sito che ha dato il nome a questa cultura, Clovis, appunto, si trovi nel Nuovo Messico, la maggior parte dei siti in cui compaiono questi manufatti si trova nell’est degli attuali Stati Uniti, concentrata soprattutto attorno alla Chesapeake Bay, la grande baia che lambisce tre stati: Virginia, Delaware e Maryland, oltre al Distretto di Columbia: una disposizione che suggerisce una provenienza dall’oceano atlantico e quindi un irradiamento da est verso ovest. Nell’età glaciale, argomentano Stanford e Bradley, il livello degli oceani era significativamente più basso di oggi a causa della grande quantità di acqua imprigionata sotto forma di ghiaccio sulle masse continentali, inoltre un’ininterrotta “linea costiera” di ghiacci si estendeva dalla sponda europea a quella americana dell’Atlantico inglobando l’Islanda e la Groenlandia. Per dei cacciatori solutreani che si spostassero lungo di essa a bordo di canoe dando la caccia a foche ed altri animali marini, ipotizzano i due archeologi, raggiungere il Nuovo Mondo sarebbe stato tutt’altro che impossibile.
In tempi più recenti, questo quadro, tracciato da Stanford e Bradley, ha ricevuto un’imponente conferma dalla genetica. Circa un terzo del genoma degli amerindi risale al tipo paleolitico definito “eurasiatico settentrionale”, cioè lo stesso che costituisce la componente principale del patrimonio genetico degli Europei. Non va poi dimenticato il rinvenimento a Kennewich nello stato di Washington, di uno scheletro risalente a 11.000 anni fa, l’uomo di Kennewich, appunto, dalle sorprendenti caratteristiche europoidi. Sono inoltre note da tempo popolazioni amerindie accentuatamente “bianche”, nell’America del nord i Mandan oggi estinti, in quella meridionale gli Aracani e i Kilmes.
Tutto ciò a dimostrare come sia legittimo pensare che il tema degli scogli cozzanti sia ancor più vetusto di quanto lo abbia ipotizzato Coomaraswamy e questo ci autorizza ad essere piuttosto audaci sul tema della sua primigenia composizione.

Pattern e modelli
Dopo aver accennato all’antichità del mito varrà la pena di comporre una breve rassegna dei vari “raggruppamenti tematici” con cui esso si propone all’attenzione dello studio, una rassegna compilata a scopo meramente esemplificativo e quindi senza nessuna pretesa di esaustività.  
Come si diceva antecedentemente il protagonista di questa “avventura” dagli esiti incerti è sovente indicato come un “eroe”, un predestinato che, appunto, si accinge all’impresa, anche perché altrimenti – così si narra - non potrebbe proseguire nel suo percorso essendovi perennemente impedito dall’ostacolo. A lui non restano che due scelte: tentare l’impresa o tornare indietro. Ciò che ha davanti non può essere aggirato. 
Ciò comporta che il personaggio in questione sia dotato di opportuna qualificazione che lo renda idoneo a compiere il tentativo e, parimenti, che sia dotato di una volontà a tutta prova. Nel lavoro  di Coomaraswamy si ribadisce in molteplici circostanze che il passaggio tra gli scogli cozzanti si delinea come un’attività fondamentalmente eroica e quindi non alla portata di tutti. 
Così è dovunque, quindi, persino nella perduta Groenlandia, il tema mitico non sfugge a questa ineludibile doppia regola (qualificazione e fatalità). In questa circostanza ci si trova di fronte a una variante che non muta la sostanza ma che veste “regionalmente” il nucleo del mito in concordanza con l’aspra natura dei luoghi. 
L’eroe “locale” si trova di fronte a due iceberg cozzanti e, per quanti giri faccia, non può evitare d’incontrarli, infine, quando decide di muoversi, nonostante la sua velocità, ammaccherà, nel rapidissimo passaggio, la poppa del suo kayak, tema, questo anch’esso costante. Chiunque passi dal “tempo all’eternità” lascia qualcosa di sé o del suo equipaggiamento da questa parte del mondo deperibile. 


La posta in gioco è quindi altissima: la vita stessa. Ora, come detto, la pericolosità della soglia è immaginata in maniera diversa a seconda delle varie circostanze storico ambientali che hanno vestito lo scheletro mitico - una vera e propria selce paleolitica come si vedrà - con abbigliamenti diversi. a seconda degli ambiti in cui esso è stato accolto. Così si parla di canne danzanti, così come è descritto prevalentemente in contesti estremo - orientali, di rocce che si aprono e si chiudono nelle mitologie sudafricane, di scogli cozzanti nel nuovo mondo, di iceberg, anch’essi inevitabilmente fronteggiantisi nelle regioni artiche. 
Inoltre, non sempre l’eroe che deve compiere l’impresa è un essere umano, a volte è un animale che assume il compito di “eroe culturale”, un inviato “prometeico” che ruba una conoscenza e la reca agli uomini. Esemplare in questo senso il mito riportato da de Santillana/Von Dechend a proposito di un cervo “ladro di cose divine”, in questo caso si tratta di bastoncini atti ad accendere il fuoco che l’animale inviato riesce a trafugare con suprema abilità dal mondo celeste e consegnarli agli uomini. 


Una grande varietà di miti quindi appoggiano la loro narrazione su animali necessariamente veloci e il cane e la lepre sono sovente i protagonisti di episodi di inseguimento che si concludono invariabilmente allo stesso modo. Accade così che in questo raggruppamento narrativo sia la lepre a ricoprire il ruolo dell’eroe e il cane quello di inseguitore. Il cane è alle calcagna della lepre ma, giunto il punto in cui i due mondi s’incontrano e dove ha fine il suo dominio, il cane riesce solo a staccare  con un morso la coda della lepre, così la lepre (l’anima?) fa rientro al suo mondo priva della coda.
Come chiaramente vide Von Spiess la lepre deve essere considerata uguale non soltanto all’uccello eroico  – altro elemento del raggruppamento di coppie animali -  ma anche agli eroi umani e cavallereschi che sono protagonisti di queste “avventure”.    
Questo per quanto riguarda la figurazione dei due battenti fatali che incessantemente si fronteggiano. Non basta però la qualificazione personale per traslare da uno stato all’altro, alla riuscita del risultato è anche necessario che concorrano altre condizioni esterne e, per precisione, che il passaggio si attui in certi momenti di transizione che il simbolismo astronomico solare ben  si presta a rappresentare, aggiungendosi così un ulteriore elemento utile al completamento del complesso mosaico che ci sospinge e ci indirizza verso le considerazioni che desideriamo proporre in questo scritto.    
Così Coomaraswamy ci indirizza verso questo costrutto astronomico:     
La notte e il giorno sono il mare che trascina via tutto. E i due crepuscoli ne sono gli attraversamenti guadabili, così il sacrificatore compie il suo sacrificio al crepuscolo “...”La notte e il giorno sono poi le braccia avvolgenti della morte; e come a un uomo che è sul punto di afferrarvi fra le sue braccia è possibile sfuggire attraverso l’apertura fra di esse, così egli sacrifica al crepuscolo ...questo è il segno della Via degli Dei, che egli prende raggiungendo senza pericolo il Cielo” (A.K.Coomaraswamy: 1987, 425).


A questo punto, per mero inciso rivolto alla contemporaneità, è lecito domandarsi se  il verso di un noto componimento  di Franco Battiato “Il mio maestro mi insegnò a leggere l’alba dentro l’imbrunire” sia da ricondurre a un insegnamento di Gurdijeff, oppure sia da considerarsi discendente di una ispirazione ricevuta dagli scritti di Coomaraswamy,  
Affondando un poco più i denti sul tema possiamo trovare una riprova di tutto ciò da questo passaggio di de Santillana/Von Dechend dove all’elemento del passaggio quotidiano del Sole dal giorno alla notte si aggiunge un ulteriore elemento temporale e cioè la ricorrenza della circostanza equinoziale: “Si riteneva che in due soli momenti dell’anno fosse possibile la partenza per l’altro mondo; cioè quando il sole calante, nel giorno dell’equinozio, sta per toccare l’orizzonte e manda una scia di luce sul mare. In quei giorni il sole era aperto come una porta perché in quei punti e sullo zodiaco e sull’equatore. La barca magica andando nella scia di luce doveva raggiungerlo prima che calasse in mare” (Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend: Il mulino di Amleto).


A questo punto ci siamo decisamente e ulteriormente approssimati alla comprensione del possibile significato spirituale che il passaggio attraverso le simplegadi ubiquitariamente suggerisce, dal momento che non è sufficiente  che i due stipiti della Porta Attiva stiano l’uno di fronte all’altro, come richiede la natura stessa di una porta, ma allo stesso modo occorre che vi siano condizioni interiori ed esteriori affinché tale attraversamento sia reso possibile. 
Della natura individuale del soggetto prescelto abbiano parlato, ora è necessario approfondire lo sfondo “paesaggistico” in cui questi si muove.  
In altre parole è giunto il tempo di domandarsi cosa vogliono indicare queste due porte in perenne movimento e che significato sottende un ostacolo tanto crudele? Esse, in sintesi, si configurano come ostacoli interiori, rappresentandosi tramite esse  le“coppie di opposti” o “contrari” di ogni sorta. Il prescelto ’eroe’ deve passare nella ricerca della vita con un'equanimità superiore e trovarsi quindi un preciso stato dell’essere che gli consente il transito, condizione che non è data ma va guadagnata.
Ostacoli interiori che però necessitano di un appoggio esterno colto nella dinamica della manifestazione perché possa sempre sussistere una relazione tra macrocosmo e microcosmo che permetta una corretta relazione omologica tra eventi. 
Il passaggio avviene oltre la dualità: il mondo con le sue antinomie inconciliabili rappresentate anche iconograficamente come le fauci animali che si serrano in continuazione, costituisce l’ostacolo all’accesso alla Realtà,  la nube della non conoscenza che si frappone  alla Comprensione unificante. Osiamo dire che siamo di fronte all’attestazione mitologica del tema strettamente metafisico della “non dualità” che è proprio della tradizione filosofica divina platonica che, come tutte le tradizioni spirituali integrali, si fonda sulla conoscenza dell’assoluto non duale percepibile con il “terzo occhio” che unifica i duali.

  
Per ancor meglio sottolineare ed evidenziare questo concetto, legato alle antinomie dell’apparenza, Coomaraswamy scrive:” Il fatto che in tante delle lingue più antiche (con vestigia in alcune di quelle moderne) le stesse radici spesso esprimono significati opposti, distinguibili, soltanto con l’aggiunta di determinativi è un indizio del modo di procedere della ‘logica primitiva’, che non è astrattiva (da una molteplicità esistente) ma deduttiva (da un’unità assiomatica). La stessa tendenza sintetica è riconoscibile negli antichi duali che denotano non la semplice associazione di due persone, ma la biunità di una sola. Molti dei nostri religiosi più profondi (per esempio quello della processione divina ex principio vivente conjucto) derivano da queste  intuizioni“ 
Non sarà certo superfluo sottolineare  come il concetto di “biunità” sia stato ben approfondito da H. Corbin impiegando egli, ulteriormente, un neologismo perfettamente equivalente e cioè “dualitudine” che il filosofo declina in una specifica accezione, ovvero come unione dei complementari, giammai degli opposti.

       
In ultima analisi quel passaggio non in qualche luogo o tempo andrà trovato, ma dentro di noi, come ci richiama Il Vangelo di Luca quando scrive  “il regno di Dio è dentro di voi”, infatti è detto: “Non è possibile trovare la fine del mondo camminando, è dentro questo stesso corpo lungo un braccio che bisogna compiere il pellegrinaggio. La nostra anima è come il giorno  e il nostro corpo come la notte / Noi nel mezzo, siamo l’alba fra il nostro giorno e la nostra notte”.
Il passaggio va compiuto istantaneamente: si tratta di traslare dal mondo del tempo (cioè del passato e del futuro) a un’Ora eterno; e fra questi due mondi, temporale e atemporale, non vi è alcun contatto possibile se non nell’istante senza durata che per noi separa il passato dal futuro, ma che per gli immortali abbraccia il tempo nella sua totalità. Nicola Cusano in De Visione Dei scrive: ”Il muro del Paradiso in cui tu Signore abiti, è costituito da proposizione contraddittorie, né ci è alcun modo di penetrarvi salvo per colui  che ha vinto il sommo spirito della Ragione che ne custodisce l’entrata” da cui consegue “Al vincitore darò da mangiare dell’Albero della Vita che sta nel mezzo del paradiso di Dio” (Ap. 2,7)

  
Particolarmente “illuminante”, a proposito dell’istante senza durata che costituisce il kairos extratemporale in cui v’è possibilità del passaggio, è l’immagine della clessidra proposta da F. Schuon nel suo Logica e Trascendenza. Essa è infatti apparso come il simbolo più adeguato per esprimere la relazione tra  l’immanenza e la trascendenza separata dal “collo stretto” delle simplegadi.  Così la espone Vincenzo Nuzzo:” Più che dalla distanza Alto/Basso, essa è caratterizzata infatti da un vero e proprio irrecuperabile disassamento fra le due sfere di essere, che sbarra pertanto effettivamente la strada a qualunque comunicazione. Si tratta infatti di due forme dell’essere che sono radicalmente diverse. La possibilità di comunicare sussiste però comunque attraverso la realtà del tutto imperscrutabile di uno strettissimo passaggio, il quale ha il potere di ripristinare la comunicazione nell’insorgere di un vero e proprio asse verticale Alto e Basso. Le metafore evangeliche della porta stretta e della cruna dell’ago si riferiscono proprio a questo.” (Vincenzo Nuzzo  2007, 192 nota 304). Non sarà superfluo aggiungere che il “batter d’occhio paolino”  che equivale all’attimo (athomus) inerisce il simbolismo della porta stretta ed esso era considerato la più piccola unità di tempo concepibile (Nube della non conoscenza, pag.28 nota 1) 
       
Questo quindi è il passaggio, la via per evadere dall’universo  (Ermete Trismegisto XI 2,9) ed entrare in quella condizioni al di là delle antinomie indicata con la locuzione Tenebra divina e che Dionigi definisce “accecante per eccesso di luce” e dove la tenebra e la luce “non stanno separate l’una dall’altra ma insieme una nell’altra secondo l’indicazione di J. Boehme. Essa è quindi la “porta”  la traccia unica e la retta via che attraversa il punto cardinale intorno al quale ruotano i contrari; se ne può raggiungere l’unità soltanto penetrando là dove essi coincidono attualmente. Di questa commistione abbiamo una trasposizione sul nostro piano d’esistenza nel fenomeno dell’aurora boreale, ben visibile nelle regioni polari, che, appunto, è manifestazione di “Tenebra divina” su questo piano d’esistenza. 

Annotazioni astronomiche.

Si è appena visto come il passaggio tra i due stadi inconciliabili non può avvenire in un qualunque “momento”, piuttosto tale possibilità può rendersi concreta solamente in alcune circostanze delineate astronomicamente dai movimenti solari letti sul piano dell’orizzonte, condizioni quindi  ben determinate. 
Coomaraswamy aveva colto questi momenti fatidici individuandoli nell’alba e nel crepuscolo ( in cui c’è il passaggio notte- giorno e giorno-notte) mentre De Santillana/Von Dechend, sottolineavano la possibilità del passaggio a uno specifico crepuscolo annuale e cioè all’equinozio primaverile individuato come una via aperta per raggiungere il regno dei morti. 
La selezione di alcune opere letterarie, attinenti il tema delle simplegadi, prevalentemente riferibili all’area celtica, consentono di isolare ulteriormente questo tema che, nella circostanza, si presenza con notevoli varianti che non ne intaccano il presupposto principale. Si tratta di storie cavalleresche e per conseguenza anche riflettenti la materia del graalica. Esse contengono un grande serbatoio di informazioni in ordine alle relazione tra le simplegadi e il Cielo con il quale la comunicazione si realizza attraverso la porta solare. 
L’eroe in questo caso è quindi un cavaliere e nella storia celtica dal titolo La Mule sans frein si narra come Gawain arrivi, dopo perigli vari, al castello dove deve recuperare la briglia rubata. Il castello però ha una caratteristica “innaturale”: gira su stesso come una trottola o come la ruota di un mulino per cui bisogna imboccare il cancello al suo passaggio istantaneo davanti a nostri occhi. Gawain ci riesce,  però il bordo volvente del cancello mobile recide una parte della coda del mulo, e come già visto la “perdita” di una parte di “sé” è un tema classico del mito. Si tratta in questo caso di una variante: alla barriera “battente” si sostituisce la barriera “rotante” con identico risultato.


Per questo motivo il castello rotante appartiene alla stessa categoria generale delle porte che perpetuamente sbattono e delle rupi cozzanti identicamente stritolatrici. Il castello rotante veicola però un suo trasparente significato astronomico. Esso è, infatti, una barriera mobile dall’ingresso sfuggente, in quanto necessariamente la porta d’accesso ruota con il castello e che con la sua vorticosa motilità ostacola l’ingresso a chi si presenta al suo cospetto impedendogli di entrare in un mondo indicibilmente altro. 
Un esempio notevole di ciò si trova in una storia del ciclo dell’Ulster (Fled Bricrend). Qui il castello, come anzidetto, ruota rapido come una macina, e ciò è una precisa trasposizione del “cielo geocentrico”  concepito come una macina celeste. La sua mobilissima entrata è una evidente trasposizione simbolica della Porta del Sole, com’è chiaramente indicato dalla circostanza che l’ingresso è impossibile da trovarsi dopo il tramonto e che quindi è accessibile nelle ore diurne solo nei momenti di “stazione” dell’astro.


Una indicazione pressoché esplicita della qualità solare di questa porta, la troviamo altresì nel mondo induista e precisamente nel Mahabharata in cui verbosamente si descrive  una Ruota che è concepita come trappola per maldestri ladri di soma (tema degli “eroi culturali”), soma che si trova solo dall’altra parte e quindi solo superando il predetto diaframma: ”Davanti al Soma Garuda vide una ruota dal bordo affilato, coperta di lame taglienti, che incessantemente ruotava, terrificante e splendente come il sole un congegno d’aspetto indicidibilmente spaventoso, abilmente forgiato dagli dèi per fare a pezzi i ladri di Soma: il Viandante del Cielo avendovi scorto un’apertura, cominciò a girare contraendo il corpo sfrecciò istantaneamente  fra i raggi e volò via con l’Acqua della Vita”. Qui il protagonista  adempie alla sua vocazione di “eroe culturale” 
         
1112 FIG6 800px Dürer Johannes verschlingt das Buch
     
Fig. 6

1112 FIG7 Rosetta Ferentilo1112 FIG7 440px Reinel compass roseFig.7  (due immagini)

 

 


 

 Parte III

 Il santuario di Pair non pair 

Finalmente approdiamo nel luogo che dovrebbe offrirci la prima testimonianza dell’utilizzo rituale del materiale mitico che abbiamo enucleato nelle pagine precedenti proponendDISABLEDone la grande arcaicità. 
Ciò non prescinde dalla necessità di delineare il “setting” nel quale quel grande affabulatore sciamanico, qual è stato l’uomo arcaico, operava, ovvero si tratta di accostarci ad osservare la percezione ambientale che lo stesso può ipotizzarsi avesse della realtà che lo circondava e che offriva il necessario appoggio alle sue pressoché intatte valenze psico – spirituali in precedenza richiamate. 
Sappiamo che il nostro giovane cromagnoniano era ospite di un ambiente severo, se non ostile, ma allo stesso modo abbiamo appreso, osservandolo senza pregiudizio, che egli era capace di una grande lucidità quando le circostanze lo mettevano di fronte a una prova tecnica che richiedeva l’esercizio di evolute capacità logico – deduttive, come parimenti eccellenti erano le sue capacità manuali in relazione alla lavorazione dello scabro materiale che aveva a disposizione. 
Queste capacità mentali erano escluse, almeno fino a pochi anni fa e come già detto, dalla maggior parte dei paletnologi, più propensi ad accomodarsi  con indomabile pigrizia mentale su un refrain di matrice evoluzionistica e che si sostanzia in un’operazione di mero transfert sul passato delle concezioni del presente, ovvero quell’ordine di sistemazione dell’universo storico - religioso sviluppato su un modello artefatto che concepisce il passato non altrimenti che secondo la propria immagine. 
L’accettazione di queste capacità, anzi, l’ampliamento delle indagini sulle stesse, è indispensabile per la comprensione degli ulteriori passaggi che tenteremo di affrontare in questa breve relazione, perché la visione dell’universo dei nostri predecessori non era meccanica ma sacrale e quindi imbibita di poliforme “vita” che forniva il patrimonio dei simboli dell’agire quotidiano. In tutto ciò, data la riconosciuta maestà del Cielo, da sempre emblema dell’agire delle più potenti forze spirituali, il moto degli astri costituiva la celebrazione di una liturgia cosmica della quale difficilmente comprenderemo la portata importandola nelle nostre menti contemporanee, forgiatesi esclusivamente sui tempi e sui ritmi informi del “regno della quantità”.
Mircea Eliade ci fornisce un quadro perfetto di questa condizione primordiale: “Senza neppure ricorrere alle favole mitiche, il Cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste da sola, suscita nella coscienza primitiva un’esperienza religiosa. Questa affermazione non implica naturalmente un naturalismo uranico, per la mentalità arcaica, la Natura non è mai esclusivamente naturale. La contemplazione della volta celeste... equivale per lui a una Rivelazione” (M. Eliade:1972, 42).   
Come detto, in altra occasione, l’uomo arcaico pregava in un Tempio intatto e contemplava una Realtà che doveva apparirgli come un libro vivente:” ..L’universale è il vero libro vivente dei Contemplativi arcaici, dei Contemplativi d’istinto, quelli che sanno superare di slancio l’apparenza più o meno drammatica degli opposti perché vibra possente nei loro cuori, il canto della totalità”. Silvano Panunzio: vol. 1°,2014, 323,  nota13).       
A ciò è necessario aggiungere un ulteriore punto fermo, ovvero ciò che da tempo hanno evidenziato de Santillana/Von Dechend. Essi  al termine della loro copiosa indagine hanno tratto la conclusione che i Greci e persino gli antecedenti Sumeri, padroneggiavano con difficoltà nozioni astronomiche che risalivano a una insondabile antichità e ne affrontavano l’interpretazione come se dovessero ricomporre un meccanismo di cui si conservavano confusamente pochi elementi, un costrutto magmatico che era necessario dipanare per non perdere un deposito sapienziale ancestrale che altrimenti sarebbe stato impossibile da raggiungere. 
Naturalmente il significato degli astri e dei loro moti nel cielo non erano rilevanti in se stessi, ma in quanto essi esprimevano apparizioni simboliche  svelanti realtà retrostanti d’ordine spirituale come ben dice l’Eliade riferendosi all’uomo primitivo quando scrive che esso: “era aperto ai miracoli  quotidiani con un ‘intensità difficilmente immaginabile per noi” (ibidem pag.43). Aperto a miracoli, qui si aggiunge, sui quali, comunque, aveva un certo padroneggiamento osservativo, come si è delineato in precedenza a proposito della complessità dei calendari lunari.  
Pertanto quella scienza, che in termine moderni denominiamo astronomia, ma che verosimilmente converrebbe denominare astrosophia, si relazionava alla visione celeste interiore, ed era strettamente e necessariamente connessa alla “religione”. Per conseguenza, essendo la religione fortemente connotata in senso sciamanico e quindi estatico, per forza di cose a questa stessa antichità, dobbiamo far risalire le concezioni relative alla circolazione delle anime nel cosmo, un evento cui cui l’astronomia simbolica con le sue puntuali annotazioni in vari supporti (parietali e mobili ad esempio)  ci fa come da testimone riflesso e di cui il mito delle simplegadi, nella sua funzione di cartina di tornasole, gioca un ruolo essenziale. 
Per conseguenza di fronte alla frase: “Se l’anima raggiunge solo il limite superiore celeste, e non riesce a risalire fino alla sfera sovraceleste ed iperurania, non attraversa la linea di confine fra tempo ed eternità, perciò rimane nella felicità, perpetua, propria della dimensione astrale, separata però dal Vero Essere”  (L.M.A. Viola: 2018, 94) non può riferirsi necessariamente alle sole concezioni del solo mondo classico, in quanto tale concezione eredita una comprensione degli eventi che potrebbe situarsi anche nella stessa epoca musteriana, in cui sono altresì presenti testimonianze funerarie con evidenti collegamenti con il mondo stellare. A soccorso di ciò convochiamo un pensiero di Silvano Panunzio che scrive:” Diremo dunque che la condizione anormale dell’uomo moderno è pure la conseguenza diretta della perdita della conoscenza simbolica; ma ciò a sua volta, è conseguenza dell’ancor più remoto abbandono delle forme simboliche della vita”  (S Panunzio 2004, 111)     

Ora, dopo aver tentato di mostrare nelle pagine precedenti, come il costrutto edificato dall’evoluzionismo spirituale, contraddistinto da tappe fisse in cui la coscienza religiosa si abbevera a un percorso di affrancamento e consapevolezza crescente dalla “religione naturale”, intesa come irrazionale spiritualizzazione dell’ambiente, per approdare a una meta finale, sia destituito d’ogni solido fondamento, ci sentiamo pienamente legittimati a retrodatare ulteriormente il tema mitico. Per questo ci spingeremo fino agli albori del paleolitico superiore e cioè alla nascita stessa dell’homo sapiens, a noi contemporaneo d’aspetto, perché costui era in grado di operare una lettura teofanica di un ambiente che non subiva passivamente ma che piuttosto utilizzava sacralmente secondo modi d’apprensione propri all’uomo spirituale all’esordio designato.

 
Del resto tale concezione appare in perfetta aderenza con quanto già suggerito dallo stesso Coomaraswamy dal momento che, riprendendo l’argomento già in precedenza ampiamente sviluppato, è di tutta evidenza che l’antico popolamento dell’America, da Oriente od Occidente che sia stato, e la diffusione ubiquitaria del mito che andiamo studiando nei suoi elementi essenziali, consentono, senza introdurre audaci speculazioni ma attenendoci alla mera realtà dei fatti, di seguirne a ritroso le tracce fino alla sua prima testimonianza allocabile  all’esordio del paleolitico superiore. 
Stabilito ciò e avendo altresì fissato i concetti essenziali che identificano tale pattern, ovvero il mitologema evidentemente irriducibile a ogni ulteriore riduzione, opereremo un percorso esplorativo che nasce appunto dalla più remota antichità conoscibile dell’uomo cromagnoniano e precisamente dall’aurignaziano e, percorrendo a volo d’uccello tutta la preistoria, giungeremo, con sintetici e “illuminanti” esempi,  fino in tempi storici. 
Prima di prendere questa direzione “ostinata e contraria”, dal fondo del tempo all’attualità vogliamo aggiungere un’ulteriore riflessione di Coomaraswamy che ci appare quanto mai opportuna perché apre un altro fronte argomentativo su cui ci limiteremo a un semplice cenno e che si fulcra sul tema delle proposizioni contraddittorie identificate con l’immagine delle mascelle stritolanti. 
Ora l’ulteriore passaggio che si propone al lettore è costituito da una presa d’atto del luogo ideale nel quale il mito delle simplegadi potesse trovare la sua ambientazione. Andiamo brevemente a esaminare alcuni aspetti del mito traenti spunto dall’articolo soprarichiamato per concentrarci successivamente sulle sue valenze astronomiche particolarmente congruenti alla nostra tematica.  
 
Partiremo premettendo però una essenziale considerazione che si origina dalla lettura del Commento di Porfirio (l’antro delle ninfe) a Omero. Esso è un passpartout provvidenziale per comprendere il tema dal momento che riguarda l’essenziale omologia che le menti degli antichi stabilirono tra la volta celeste, intesa come grotta cosmica, rapportata a quella terreste che forniva il simbolo ideale a questa trasposizione. 
Ora è di tutta evidenza che, in ragione degli orientamenti solari censiti accuratamente dalla studiosa d’oltralpe Chantal Jegues Wolkiewiez nelle grotte preistoriche istoriate (si veda il suo studio The relationship between Solstice light and the entrance of the paleolithic caves.), non a caso ormai correntemente definite santuari preistorici, possa desumersi facilmente il loro carattere iniziatico. Esse erano delle vere e proprie cattedrali della preistoria (del resto oggi si parla correntemente di iniziazione cristiana),  un’espressione che non rimanda a nessun epidermico accostamento suggestivo, ma alla consapevolezza che il percorso storico che conduce dalla grotta alla cattedrale risponde a un traslato perfettamente coerente. 
Così in questo stralcio, di evidente ispirazione guénoniana, possiamo leggere: “Secondo tale prospettiva, l’antro è un’immagine del cosmo, considerato nella sua totalità e nell’articolazione delle sue parti, spazio e tempo, in cui la psuché compie il proprio alterno percorso di discesa e risalita, di incarnazione terrena e di ritorno alla patria celeste”. Si legge infatti in Porfirio “Gli antichi consacravano antri e caverne al cosmo (cap. 5) ed eleggevano questi luoghi – fossero essi naturali o costruiti artificialmente- come le sedi più opportune e adatte per ‘celebrare i riti iniziatici’ e guidare i candidati all’esperienza del mistero della vita”  (Davide Susanetti 2017, 82)    

Abbiamo ora, infine, a disposizione tutto il materiale necessario per accedere a quello che a tutt’oggi appare come il più antico santuario d’Europa, atto alla contemplazione del Sole solstiziale nascente nel suo esordio invernale, un antro  che, non certo a caso, ospita uno dei pittogrammi più enigmatici di tutta l’arte preistorica, ovvero si parla di quell’incisione, quasi unica, cui l’abbé Breiul volle conferire un particolare ruolo sacrale denominandolo Agnus Dei. 
In questo luogo si può all’alba del solstizio invernale cogliere perfettamente il l’embrione del tema del castello rotante nella sua possibile genesi così come individuare quella frattura temporale (Kairos) che potrebbe permettere il passaggio dal tempo all’eternità, una vera e propria apertura folgorante del grande tempo (...in un attimo noi saremo trasformati)

Agnus dei   
La più antica traccia di questa liturgia solare sul territorio europeo si troverebbe quindi in territorio francese nella grotta della regione girondina denominata Pair non Pair, scoperta, un secolo e mezzo fa, da Emile Mauffras e François Daleau e successivamente studiata da tutti i paletnologi francesi per la peculiarità delle sue incisioni.
La scoperta risale al 6 marzo 1881 ed essa fu del tutto casuale. L’orografia dei luoghi fino ad allora non fornì mai alcun indizio intorno all'esistenza di una cavità sotterranea preservandone il segreto per decine di millenni. Il “fato” poi dispose diversamente. Accadde così che la zampa di una mucca rimase bloccata in una piccola cavità mentre pascolava sul terreno sovrastante la cavità e, per questo, un contadino locale scoprì la grotta proprio mentre cercava di liberare il bovino dalla sua costrizione: il foro, una volta libero della zampa dell’animale, aveva rivelato proprio la "Camera delle incisioni" della grotta Pair-non-Pair. 
Finora il luogo era rimasto inaccessibile anche perché l’ingresso originale era stato ostruito dal crollo della volta d’ingresso, che ora si trova arretrato rispetto all’originale di diversi metri, incapsulando quindi il tutto.
La grotta è certamente poco spettacolare, in confronto alle altre scoperte successivamente, ma risulta assai preziosa per la scienza in quanto l’esame dei depositi umani e animali qui rinvenuti ne ha rivelato la lunga frequentazione che parte già dal pieno dall’epoca musteriana (80.000 mila anni fa). 
1112 FIG8 pairpostcardFig. 8


La sigillatura intervenuta in epoca aurignaziana ha rappresentato un elemento a favore della genuinità delle incisioni presenti, che sono state riconosciute costantemente come autentiche in quanto congelate nel tempo dalla succitata massa di detriti franosi, mentre per Lascaux e Altamira si dovette battagliare per riconoscere l’autenticità preistorica delle iconografie e quindi avallarne la conseguente, inconcepibile antichità. Anche la scienza “a volte” ha le sue, quasi inamovibili, pregiudiziali. 
Queste incisioni risalgono appunto all’aurignaziano, l’alba dell’uomo contemporaneo, e pur constatando che la separazione intellettiva tra i due sapiens si va odiernamente riducendo e constatando, altresì, che esiste un’arte parietale remota, praticata anche dai neandertaliani, sicuramente, per quanto riguarda questa circostanza, non può che sottolinearsi il valore simbolico complessivo delle rappresentazioni animali qui presenti. 
E’ quindi opportuno accostarsi ad esse con la dovuta deferenza in quanto esse manifestano le prime riconosciute testimonianze spirituali dell’homo sapiens. Vale quindi per esse quanto si è detto altrove. Gli animali raffigurati costituiscono degli indicatori metafisici o, parimenti, forme simboliche della vita e non sembra che essi potessero adempiere ad altro scopo. D’altronde, se ciò non fosse, non si vede il motivo per cui due studiosi contemporanei, Brigitte e Gilles Delluc, abbiano definito “santuario” l’ambiente della grotta, definizione che ribadiamo e su cui non possiamo che concordare in pieno il che implica il riconoscimento della sacralità di un luogo in quanto in esso si manifesta il divino.
La controprova di ciò, semmai ce ne fosse bisogno, trova sponda in un’altra, forse banale, considerazione. I ricercatori hanno identificato 48 incisioni, di cui poche ben conservate. Gli erbivori sono sovente rappresentati in coppia ma tra questi non si trova la renna, che era la fonte carnea prediletta di questi cacciatori arcaici, il che toglie ogni residuo dubbio in ordine alla validità della desueta soluzione del significato delle rappresentazioni quali espressioni di “magia della caccia”. 
Appena una parola sulla tecnica d’incisione. 
Il  tratto era eseguito per mezzo di una punta in silex adeguatamente percossa, e la figura mostra sovente il suo caratteristico rilievo rispetto al piano con il consueto artificio di utilizzare la prospicenza rocciosa come componente dell’elemento elemento figurativo. Qui, infatti, come altrove, si utilizzavano le gibbosità proprie della roccia, suggerendo così all’osservatore  che quanto rappresentato fosse già incorporato nella materia stessa e che l’artista visionario, con un’opera maieutica, si sforzasse di trarre da essa la figura,  obbedendo a quel principio di permeabilità dello spazio su cui Clottes si era soffermato nei suoi studi, riconoscendo tale capacità estrattiva e penetrativa nella solidità del reale, come una componente caratteristica ed essenziale dell’indole psico - spirituale preistorica .  
Gli animali rappresentati sono equini (6) , bovini (4), cervidi (4) , mammouth (5),  oltre ad essere presenti  tracce di animali indeterminabili. Tra gli equidi si distinguono due esemplari che assumono una posizione inconsueta e rarissima nell’arte rupestre (esistono solo altre quattro raffigurazioni accostabili a quelle rappresentate sul pannello).
Questi cavalli con la testa girata sono gli esemplari che significativamente l’abbé Breuil, il grande studioso dell’arte rupestre, aveva battezzato Agnus dei, come detto in precedenza, prendendone però in considerazione uno solo, ancorché ne avesse lui stesso disegnati due. Una bizzarria che i Delluc hanno rilevato titolando il paragrafo a loro dedicato deux equi dei. Un piccolo enigma quindi, considerato che solo una di queste due incisioni rivestì,  evidentemente, un ruolo particolarmente sacrale per il dotto ricercatore che all’epoca non aveva certamente gli elementi per accostarsi al possibile significato astronomico della figura, che, dalla documentazione fotografica, appare quella maggiormente investita dal fascio solare. 



1112 FIG9 7638 1997 num 94 1 T1 0043 0000 31112 FIG10 agnusdeipanel
Fig .9, 10


Chantal Jegues Wolkiewiez che, come si è ricordato precedentemente, ha censito con particolare competenza  gli orientamenti degli antri preistorici e ha dimostrato, con molteplici esempi, il riferimento astronomico delle rappresentazioni animali nell’arte rupestre, nonché la loro posizione azimutale, in molte circostanze, giungendo fino all’apoteosi descrittiva di Lascaux. La studiosa ha voluto proporre anche nella circostanza un’interpretazione solstiziale dell’agnus dei, attraverso una incontrovertibile verifica sperimentale. Per questo ha preso accordi con l’attuale conservatore della grotta Marc Martinez per operare un’esplorazione mirata dei luoghi. 
I due, all’alba del solstizio d’inverno dell’anno 2008, si sono recati all’ingresso dell’antro per assistere allo spettacolo della luce del Sole solstiziale invernale che penetrava lentamente all’interno dell’antro ed il cui nascente bagliore andava a bagnare precisamente il cavallo con la testa girata. 
Si tratta di uno spettacolo che nessuno aveva visto da millenni (la porta attuale della grotta non è certo aperta all’alba del solstizio invernale). 


In quella circostanza documenta la ricercatrice il movimento del Sole s’inverte in quanto esso riprende a salire dopo l’inabissamento invernale, e quindi a invertire il suo moto apparente nei cieli, giustificando simbolicamente il senso della figura con il collo ritorto rappresentata e stabilendo una relazione con la penetrazione del raggio solare nella grotta opportunamente canalizzato attraverso un “pertuso” che percorrerà tutta la preistoria per poi approdare in tempi storici persino recenti. 
Il cavallo, quindi, esprime quell’inversione del tempo solstiziale che è propria dell’attimo, del kairos, in cui il tempo lineare si “spezza”, s’incrina rivelando un possibile “passaggio” e che, appunto, si ritroverà in precise ulteriori ambientazioni  per un’epoca lunghissima che giunge fin quasi alle soglie dei nostri giorni. Si tratta di eventi che documentiamo nelle immagini successive alle cui didascalie semplicemente rimandiamo avendo trattato il tema in altra sede. 



1112 FIG11 couverture 202e 20 C3 A9dition 20ethno 202014light 2022

Fig.11

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1112 FIG13 newgrange8Fig. 12, 13  

1112 FIG14 scansione25gen1112 FIG15 Copia di 8 raggio6

Fig. 14, 15 

 




Bibliografia:

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Antonio Bonifacio : Le porte solari vol 1, 2 Simmetria Roma 2018
Jean Clottes, David Lewis Williams: Les chamanes de la préhistoire, la maison de Roche, 2001
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Ananda K. Coomaraswamy: Tempo ed eternità, Mediterranee, Roma, 2013
Ananda K. Coomaraswamy: La tenebra divina Adelphi, Milano, 2018
Mircea Eliade: Giornale, Boringhieri, Torino, 1977
Mircea Eliade:Trattato di Storia delle religioni, Boringhieri, Torino, 1972
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Arturo Graf: Il mito del paradiso terrestre,  edizioni del Graal, Roma, 1982   
René Guenon: Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano,1975
Renzo Manetti: La lingua degli angeli  Simboli e segreti della basilica di san Miniato a Firenze, Polistampa, Firenze 2009
Vincenzo Nuzzo: Sophia, Victrix, Forlì, 2018
Silvano Panunzio Contemplazione e simbolo, vol,1,2 Simmetria, Roma, 2014 
Giorgio  de Santillana/ Hertha Von Dechend: Il mulino di Amleto, Adelphi, Milano, 1983
Frithjof Schuon: Sulle tracce della tradizione perenne, Mediterranee, Roma,1988 
Frithjof Schuon: Logica e trascendenza,  Mediterranee, Roma, 2013
David Susanetti: La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione, Carocci, Roma, 2017 
(a cura di ) A. Toaff , E, Toaff: Il libro dello splendore, Se, Milano 2008
Chantal Jègues -Wolkiewiez: L’etnoastronomie nouvelle apprension de l’art prehistorique. 2014, ed in proprio 
Chantal Jègues - Wolkiewiez: Le calendriers paleolitiques se Sergeac e de Lartet decriptés, vol.I vol.II, 2015 ed. in proprio  

 

 


 

 

Fig. 1
Uno dei numerosi reperti paleolitici che attestano le capacità di computo dei nostri predecessori 

Fig .2 
Nel loro libro Giorgio de Santillana e Hertha Von Dechend hanno fissato a una data ben precisa la cacciata dal paradiso e cioè allo scorrere dei gemelli equinoziali dell’anello precessionale sostituito dal Toro. Solo quando  i Gemelli sorgevano all’equinozio di primavera la via delle anime, cioè la Galassia, abbracciava, con un arco ininterrotto, l’intera volta celeste toccando il quadrato di Pegaso, quello che molteplici tradizioni considerano il paradiso terrestre.     
La via comunque non è perduta se Cielo e Terra erano una sola cosa, se erano uniti, tuttora possono ricongiungersi. La porta del mondo della luce celestiale si trova infatti “la dove Cielo e Terra si abbracciano” e “le estremità dell’anno si ricongiungono”  

Fig.  3
Da Poggio Rota arriva l’immagine più evidente del tema delle “porte cozzanti” e  delle “montagne stritolanti”. Il Sole inteso come porta che conduce dalla regno della dualità alla “non dualità”, dal tempo cronologico all’eternità per mezzo del lampo fugace del kayros

Fig. 4
Un magnifico magistrale esempio proposto da Ananda K. Coomaraswamy a sostegno delle sue conclusioni. Si tratta di un sarcofago cristiano di epoca bizantina presente a Ravenna. La parte superiore concava rappresenta il cielo (la caverna cosmica), la parte inferiore quadrata evidentemente la terra. Nel punto di giunzione tra Cielo e Terra si trova il terribile ostacolo: un leone dalle fauci stritolanti. Che da questa intersezione dove Cielo e Terra si ricongiungono  penetrino gli influssi celesti è dimostrato dalla colomba che discende in verticale su un invisibile axis mundi. Chi vuole risalire deve fare il contrario del percorso di Adamo e incontrare l’ostacolatore e quindi superarlo.   

Fig. 5 (2 immagini)
Arturo Graf nel suo libro  dedicato al mito esoterico del paradiso terrestre  racconta, sulla scorta di testi ebraici, una leggenda secondo la quale un angelo sarebbe stato posto a guardia del paradiso proteggendo l’ingresso e impedendolo agli intrusi con la sua spada oscillante come un pendolo. Questo angelo, anzi arcangelo, è da identificarsi con Uriele. Uriele compare e nel Secondo libro di Esdra, un'aggiunta apocrifa nella tradizione della Letteratura Apocalittica  creata da Esdra. Nel testo il profeta Esdra  pone a Dio una serie di domande, e Uriel viene inviato da Dio per istruirlo. Uriel è d’altronde identificato come il cherubino  che "sta a guardia dei cancelli dell'Eden con una spada fiammeggiante", o come l'angelo che "veglia sul tuono e il terrore" (1 Enoch) 

Fig. 6
Xilografia del Durer. 
Questa immagine contenuta nella sua Apocalisse di San Giovanni e rappresenta “l‘Angelo che aveva la faccia come il sole e le gambe come colonne di fuoco” e quindi introduce benissimo al tema del rapporto tra la solarità, proposto frequentemente dal molteplice panorama espositivo delle simplegadi e la porta da superare. La visione di Patmos richiama, infatti, per la postura caratteristica dell’angelo, il grande colosso di Rodi, immagine del Sole le cui gambe formano gli stipiti, dell’entrata nel porto dell’isola. La statua, afferma Ananda K. Coomaraswmy, rappresenta chiaramente una “porta del Sole”. Rodi d’altronde è definita l’isola della Rosa e questo ci permette di fare un cenno alla particolare relazione tra Sole e Rosa come mostra lo straordinario documento che illustra la penetrazione della luce solare a Loughcrew all’equinozio di primavera (Loughcrew equinox Ireland youtube) 

Fig.7  (due immagini)
Degna di massimo interesse  è questa  rosa dei venti, variante della rosa celtica che proviene dall’abbazia di Ferentillo e i cui petali indicano i punti cardinali “fatali”. Qui accanto alla  già sviluppata connotazione solare del simbolo si aggiunge l’indicazione specifica della porta, il che rende particolarmente eloquente il simbolo dell’angelo solare mostrato nell’immagine precedente .

Fig. 8
Come si può constare da questa vecchia foto l’apertura originale era in perfetto asse con quella attuale la volta crollando in epoca arcaica ha ostruito l’ingresso per decine di migliaia di anni 

Fig .9, 10
L’antico disegno del Breuil avente come soggetto principale l’agnus dei e, accanto ad esso, il complesso delle incisioni com’è stato individuato odiernamente ripulendo le immagini originali dei tratti superflui, secondo il citato studio di Brigitte e Guilles Delluc

Fig.11
L’illustrazione scelta per il libro dell’autrice è una foto realizzata nella grotta di Pair non Pair al mattino del solstizio d’inverno dell’anno 2008.  Qui a 124° d’azimut nord il Cielo tocca la Terra. Nella circostanza di questo irraggiamento la Wolkiewiez era accompagnata dal conservatore della grotta Marc Martinez che ha descritto il significativo episodio nella prefazione del libro citato. Per l’archeologo si trattava di un evento inatteso, nonostante fosse da diversi anni  custode dei luoghi. In effetti, per godere del raro fenomeno, è necessario presentarsi all’ingresso anticipatamente al levarsi del Sole invernale. Si tratta di un evento che nessuno aveva mai osservato da millenni da quando cioè la volta della grotta è crollata chiudendo l’accesso originale. Al ripristino dell’accessibilità fu collocata una porta mai più aperta in quell’orario (la grotta è in campagna e a nessuno è mai venuto in mente di presentarsi lì all’alba del sostizio). 
La ricercatrice ha censito tutti gli accessi alle grotte rupestri dell’area franco cantabrica che sono praticamente quasi tutte orientate in una direzione solare significativa e ha commentato tali suoi risultati nell’articolo The relationship between Solstice light and the entrance of the paleolithic caves.

Fig. 12, 13  
Esempi diacronici di “Aperture folgoranti del grande tempo”.  
Alba solstizio invernale Si noti come  con artifici architettonici si cerchi di “polarizzare” la luce rendendo “folgorante” il suo passaggio sulla superficie litica  
a Lascaux e a Newgrange (2 immagini)

Fig. 14, 15 
Le chiese  cristiane, di norma, dovevano essere orientate all’est o comunque verso un punto cardinale prestabilito  oppure a una levata del Sole predeterminata nell’anno (es. giorno della nascita del santo cui la chiesa era dedicata).  In alcuni edifici ecclesiali non era solo l’orientamento solare a essere reso palese nel giorno prestabilito ma l’effetto simplegade era valorizzato per mezzo di sagaci interposizioni architettoniche che, come negli esempi arcaici delle precedenti immagini, polarizzavano l’effetto luce in un lampeggiamento momentaneo. Ciò lo possiamo constatare nell’incredibile edificio di San Miniato dove la luce va a “sbattere” sul Capricorno del mosaico e nel tramonto equinoziale di San Tomé in Almenno.

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