Viaggi nei cieli, frutti proibiti, fuochi celesti
Anna Bellon

© Archivio Museo Cappella Sansevero
"si ringrazia il Museo Cappella Sansevero per la cortese concessione delle immagini"
In un'epoca in cui è stato scritto tutto, in cui i segreti paiono non essere più segreti e ci riempiamo la testa di corsi e conferenze nella pia illusione che l'ascolto possa supplire alla mancanza di lavoro (quando non dovrebbe essere che l'inizio di un Lavoro), rischiamo di perdere quel pudore che, solo, può schiudere le porte del Santuario.
Pudore lo intendo nel senso greco di aidôs, che indica onore, modestia e rispetto.
L'accesso a una conoscenza sacra richiede infatti un sentimento particolare, una fiammella, che va scovata nei meandri del proprio essere al di là di tutto quel marasma di impressioni sensorie, di emozioni meramente reattive e biochimiche, di convinzioni preconcette: in una parola, la fiammella per essere scovata richiede purificazione. Altro termine bellissimo che ci riporta al concetto di pyr, fuoco, ma da intendersi quale fuoco magico, il solo in grado di far passare la nostra materia da uno stato grave a uno rarefatto, perché se la nostra sostanza non viene sublimata (e attenzione: per sublimare qualcosa serve un bel calore, trattandosi di fare passare una sostanza dallo stato solido allo stato aeriforme senza passare per il liquido) non è possibile l'accesso alle regioni eteree che compenetrano il nostro piano fisico.
Accade quindi che, nel processo di "pyrificazione", qualcosa in noi che ha la stessa natura del fuoco trasformatore resista all'incendio, enucleando questa fiammella di cui parlavo sopra, fatta di oro purissimo, e ciò costituisce l'inizio di ogni cammino che si rispetti.
La natura di questa “fiammella superstite” – o ad alcuni piacerà di più chiamarla pulcino ignifugo – è curiosa: essa ha i nomi più vari perché ha un colore leggermente diverso per ognuno di noi ma tutti concordano nel dire che la sua natura è divina. È un fuoco celeste che porta l'anima in uno stato di esaltazione e apre la visione di quel luogo, variamente descritto dai miti di ogni tempo, che possiamo riassumere nell'immagine archetipica del Giardino Celeste.
Uno dei miei miti preferiti, l'ascesa di Inanna al Kur[1] dei Cedri (testo sumerico denominato "UTU F"), narra che per accedere a questo Giardino Celeste la dea Inanna abbia chiesto l’aiuto del dio del Sole – che, con la sua barca, percorre la volta celeste –, chiedendogli di navigare[2] con lui verso questa terra di confine.
Infatti, se di giorno il Sole percorre il mondo terreno, di notte la sua nave si reca nell'Oltremondo, nelle terre remote dove dimorano dèi, semidei e immortali vari: nel suo viaggio, egli conosce quindi le cose visibili e le cose invisibili e attraversa ogni terra esistente, cosa che lo rende l’unico essere in grado di esaudire il desiderio della dea di recarsi nel Giardino dei Cedri, che non è pertanto un luogo fisico ma una terra spirituale, ubicata in un mondo ultraterreno.
In questo luogo Inanna, incarnazione di Venere e gemella del Sole, desidera recarsi per conoscere i misteri dell'amore.
È curioso il fatto che Venere, dea dell’amore, voglia iniziarsi… ai misteri dell’amore: deve quindi evidentemente trattarsi di un amore celeste, anche perché per fare esperienza dell’amore terreno le sarebbe bastato rimanere sulla terra col suo sposo Dumuzi, dal quale invece fa ritorno alla fine di questo viaggio, che compie insieme al suo gemello.
In questo viaggio, che ha inizio sulla barca del dio solare e come meta una terra spirituale, la dea si ciberà dell'essenza dei Cedri, antico simbolo d'immortalità, e sarà al contempo iniziata ai misteri dell'amore celeste nel Giardino liminale.
Questo viaggio iniziatico nella terra di confine, che culmina con la conoscenza dei misteri dell’amore celeste, è ciò che in definitiva fa di lei la dea delle zone di confine (Mander) così come la conosciamo, colei che sovrintende agli stati liminali, ai crepuscoli, alle aurore, all’eros e al furor dell’essere umano, all’ebbrezza delle taverne[3].
Si noti che, da sempre, le delizie delle terre luminose poste oltre il confine del conosciuto – in questo caso, l’essenza dei cedri che inizia all’amore celeste – sono connesse a prove che, più o meno esplicitamente, sono riservate a creature divine o semidivine: solo l'eroe (ossia il "nato da Eros") può infatti accedere a queste lande astrali, perché soltanto l'eroe può sperare di superare indenne – o quasi: meglio dire trasmutato – le prove terribili degli dèi. Nel caso appena menzionato, la dea ha addirittura bisogno dell’aiuto di un altro essere divino per visitarle; e non di un dio a caso ma del suo gemello, il dio del Sole, colui che tutto vede e conosce nel suo tragitto diurno e notturno, ciò che è manifesto e ciò che è immanifesto: un dio duplice (a dispetto di ciò che comunemente si crede) perché ha natura luminosa e ctonia, visibile e invisibile.
La stessa Venere condivide con il Sole questa duplice natura, luminosa e ctonia, visibile e invisibile, non soltanto per la sua levata mattutina o vespertina ma più ancora per la caratteristica dei suoi periodi d’invisibilità.
Il Sole funge quindi in questo caso da “paredro” della gemella Venere, accompagnandola in questa iniziazione all’amore celeste.
Tornando al nostro viaggio nei cieli, notiamo che, nelle terre di luce, l'eroe è chiamato a cimentarsi con la conquista di un frutto celeste che, se per Inanna è il cedro, per altri più moderni eroi è una mela.
Questo frutto, però, in entrambi i casi pare non vada mangiato: Inanna infatti desidera cibarsi della sua essenza, cioè del suo profumo, in una sorta di nutrizione sottile – o vampirica –, mentre Adamo ed Eva vengono cacciati dall'Eden quando, mangiata la mela proibita contro il comando divino, si manifesta in loro la malizia.
Nel Giardino delle Esperidi troviamo, poi, non una sola mela bensì tre mele d'oro, che Eracle deve rubare sottraendole a un drago posto a guardia dell'albero; mele che tuttavia il re Euristeo – che non è un eroe – si guarda bene dal mangiare e che vengono riportate da Atena al loro posto, non potendo diventare cibo per gli umani.
Una di queste mele d’oro, donata da Paride ad Afrodite, diviene poi il casus belli della guerra di Troia, causando l'amore fatale per Elena: si tratta di frutti inebrianti, quindi, e pure pericolosi.
Un altro eroe si cimenta, nella letteratura mesopotamica, con questo viaggio nelle terre celesti: è il re Etana di Kish, che desidera conquistare la “pianta del generare” che si trova nelle regioni più elevate del cielo.
A lui viene in aiuto, ancora una volta, il dio Sole, narrandogli una storia antichissima: un tempo, su un albero archetipico, vivevano un'aquila e un serpente, legati da un giuramento d'amicizia. Ma un giorno l'aquila spezzò il giuramento, poiché i figli del serpente volevano impadronirsi del frutto celeste che cresceva sulla cima dell'albero: così, l'aquila divorò i piccoli del serpente. Quest’ultimo denunciò il misfatto al dio Sole, il quale gli concesse di punire l'aquila, tagliandole le ali e gettandola in una fossa ricavata dalla carcassa di un Toro.
Qui, nella fossa, si reca il re Etana e dissotterra l'aquila, che era rimasta nella carcassa del Toro per sette mesi, e le cui ali sono frattanto miracolosamente ricresciute insieme a un bel paio di zampe di leone.
Liberata, l'aquila-leone promette di esaudire ogni desiderio dell'eroe, il quale le domanda la “pianta del generare”: a quelle parole, l'aquila-leone se lo monta in groppa e comincia un volo vertiginoso attraverso le sette sfere celesti, fino a giungere all’ultima soglia, dove dimora la dea Ishtar (l'Inanna babilonese), dalle cui mani sboccia la pianta desiderata, della quale la dea decanta la fragranza.
Grazie a questa pianta – rilasciata dalle mani della stessa dea – e alla sua fragranza, il re Etana di Kish vive e regna per 1500 anni dopo il Grande Diluvio.
Molti secoli dopo, nella Storia di Alessandro, troviamo traccia dello stesso volo, sulle ali di simpatici grifoni e foriero di un'immortalità gloriosa e di un’apoteosi astrale del Macedone[4].
Ora, cosa accomuna gli eroi all'amore celeste, al volo nei cieli e al frutto proibito?
Questo è effettivamente l'enigma degli enigmi.
Ma proprio nel mito - che altro non è se non insegnamento Sacerdotale di carattere simbolico - sta la risposta.
Tutti i miti sopra descritti alludono anzitutto a un “frutto che non si mangia”, che è un po’ come dire un fuoco che non si consuma.
Questo Vero Fuoco, che va distinto dai “fuochi fatui di fosforo”, l’ha ben descritto Raimondo de Sangro nelle sue Lettere al dotto fiorentino Giraldi[5], laddove descrive la sua caratteristica principale nel fatto che “esso, acceso che sia, riceve ad ogni istante tanto nuovo alimento dall’aria circostante, quant’è il detrimento che esso soffre; talché il compenso sia eguale sempre al danno […] è noto in fisica che tutta la nostra atmosfera è sparsa d’infinite piccolissime insensibili particelle ignee elementari: ora, io non trovo alcuna ripugnanza a immaginare che possa esistere una certa materia […] la quale, dopo che dall’azione di una materia vicina che sia messa in velocissimo e agitatissimo moto, abbia la virtù d’attrarre a sé con una gagliarda energia le suddette particelle ignee”.
La vera caratteristica che rende imperituro questo Lume sta dunque nella diversa capacità di alimentazione della materia di cui è composto: in altre parole, questa speciale materia non soffre la combustione (e infatti non v'è consunzione) ma, più propriamente, si alimenta delle “particelle ignee” di cui è pregna la nostra atmosfera. Si tratta quindi di un “fuoco celeste”, generato da una materia in grado di alimentarsi di fuoco elementare, ossia di Luce.
Più chiaro ancora è Ali Puli[6], riguardo questa “alimentazione”, definendola inalazione ed esalazione: “Miei degni amici! In tutte le cose e dappertutto nella Natura Dio ha distribuito una Forza che attira in sé e respinge da sé, come un magnete per le sue caratteristiche; come l'immissione del respiro; la quale Forza può in verità essere chiamata il Polo Artico e il Polo Antartico. L'inalazione è la sua vera vita, che è di spirito e di fuoco, ed è Luce trasformata in acqua, sotto forma di aria – proprio come l'uomo quando respira prende dall'aria esterna e restituisce l'esalazione. È certo che insieme a ciò che viene preso durante l'inalazione c'è qualcosa d'altro (oltre l'aria) che viene attratto”.
È dunque la materia transustanziata il vero segreto che permette al Fuoco celeste di manifestarsi.
Ma cosa ha a che fare questo con l’amore? Inutile dirlo: tutto.
Tornando infatti a de Sangro e al suo Lume eterno, o Fuoco perpetuo generato dalla materia incombustibile, lo stesso Principe termina le sette lettere a Giraldi riferendo che una dotta Dama “che si è resa, per la varietà dei suoi fluidi, d'un intelletto assai critico e penetrante”, avendo avuto conoscenza diretta del suo Lume, gli sottopone sette difficoltà per saggiarne la tempra.

Pudicizia (Antonio Corradini, 1752) - Foto di Raffaele Aquilante e Alessandro Scarano per 327Collective - © Archivio Museo Cappella Sansevero
Questa Dama misteriosa – che stranamente somiglia, per modi e spirito, alla Vergine delle Nozze Chimiche di Rosenkreuz – è forse quella che vediamo raffigurata nella “pudicizia” del Corradini, scultura che adorna la Cappella di Sansevero: una donna drappeggiata da un velo, che tutto lascia intendere e nulla concede, sul cui grembo sbocciano le rose.
La chiave dell’enigma sta, in effetti, nella corretta comprensione della natura di questo “fuoco celeste”, o “eros celeste” (che è anche amante celeste), Forza preziosissima in cui una focosa trepidazione si modera nel pudore (aidôs) in un connubio che schiude la soglia dell'estasi: ed è quest’estasi perfetta che, sola, può fare apparire la barca del dio Sole che conduce al Giardino Celeste. Soltanto questo fuoco, infatti, è in grado di “sublimare”, ossia di far passare la materia direttamente allo stato aeriforme.
Ma ricordiamo che non può esservi estasi senza abbandono e non esiste giusto abbandono senza educazione spirituale: l'abbandono infatti non deve essere cedimento, pur restando abbandono. E soltanto con la barca del dio Sole è possibile navigare le acque celesti.
Giunti nelle Terre di Luce sulla barca del dio Sole, o sulle ali dell’aquila-leone (o, nel caso di Alessandro, dei grifoni, che sono la stessa cosa), ci si trova al cospetto del frutto celeste.
E qui sta il punto: che fai, lo mangi? Eccoti cacciato dall’Eden nella vergogna.
Il mito più antico che qui abbiamo toccato ci dice invece che l’essenza di questo frutto è una fragranza di cui inebriarsi: e questo, nel simbolismo di Sansevero, è esplicato nelle rose che sbocciano sul grembo della Dama velata, il cui profumo schiude la soglia dei misteri.
E forse alludono anche a quelle rose da “far mangiare” al famoso Asino… sarà poi un caso che l'Asino mangi i fiori profumati e non, invece, i frutti?
[1] Da un lato, infatti, Kur significa “montagna” e, in senso lato, paese straniero. In secondo luogo, viene associato al terreno e, in senso lato, agli Inferi. Nella letteratura a carattere mitologico, poi, il termine Kur assume la valenza di “paese altro”, un mondo esterno legato alla sfera divina. Cfr. MANDER, Ishtar la stella, p. 127, nota 196: “il termine Kur, in questi contesti cosmogonici, è di ardua interpretazione. L’indagine più esaustiva, anche se non accolta dalla comunità degli assiriologi, fu condotta dalla F. Bruschweiler, Inanna, la déesse triomphante et vaincue dans la cosmologie sumérienne, 1987, in cui fu posto in rilievo il ruolo di luogo primordiale, dove le origini “pre-materiali” o “concettuali” hanno preso forma. In quanto tale, il kur è da considerare come posto al di là dei limiti della terra, che quindi è da esso circondata, costituendo una regione fra il mondo dell’umanità e quello divino”.
[2] Si ponga l’attenzione all’immagine del “navigare nel cielo”: in questo mito v’è un riferimento antichissimo alle acque celesti che ritroviamo più tardi in Genesi: “Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento” (Gen 1:7).
[3] A. Bellon, I Misteri di Inanna – origini del’alchimia, 2023
[4] Cfr. Saporetti, Il volo di Alessandro, 2024
[5] R. de Sangro, Di Fuochi e Fosfori, a cura di A. Bellon, 2025
[6] Le Epistole di Ali Puli, a cura di F. Picchi, 1979, p. 85

