Le stirpi che abitarono questa regione sono fondamentalmente distinguibili in due popolazioni di diversa razza e lingua, l’una di gruppo indoiranico e l’altra uraloaltaico: nell’Età del Bronzo una linea verticale passante tra gli Urali e gli Altai avrebbe costituito il confine ideale tra di esse.
Le prime prove archeologiche dell’esistenza di una cultura nelle steppe euroasiatiche risale al V millennio con la cultura protoinodoiranica di Sredny Stog a nord del Mar d’Azov tra i fiumi Dnieper e Don: presso questa cultura si hanno le prime prove certe dell’addomesticamento del cavallo, iniziato tra il 4000 e il 3500 a. C. circa. Sono le prime manifestazioni del Reitervölk, il Popolo dei Cavalieri, il quale nei secoli successivi sarà l’origine di tutte le invasioni sia in Occidente che in Oriente (vedi Origini della Cavalleria di P. Galiano negli Atti del Convegno “La guerra, i Templari e gli altri cavalieri”, Simmetria n° 11) .
Con la più tarda cultura di Andronovo, che si situa tra il II millennio e la metà del I millennio nella regione degli Urali, abbiamo la prima testimonianza del carro da guerra con ruote a raggi (FIG. 3) e dell’esistenza certa di guerrieri a cavallo come casta specifica: presso il confine con il Kazakhstan è stata scoperta presso il lago di Krivoye Ozero una tomba risalente al 2060 a.C., contenente la sepoltura di un guerriero accompagnato da punte di frecce e di lancia e da due cranii di cavallo (Fig. 4). Lo stesso tipo di inumazione sarà ancora presente in Italia nelle tombe di guerrieri a cavallo di origine germanica scoperte presso Padova nel V sec. a.C. (FIG. 5 – Marzatico e Gleischner Guerrieri, principi ed eroi, Trento 2004) e ancora più tardi nel VII sec. d.C. nella necropoli longobarda di Vicenne presso Campobasso (B. Genito Sepolture con cavallo a Vicenne, “Atti Congresso SAMI” 1997).
Da queste culture ebbero origine i popoli dei Cimmeri e degli Sciti (Oro, il mistero dei Sarmati e degli Sciti, a cura di A, Alekseev, Milano 2005 pag. 57) , considerati lo stesso gruppo tribale ma suddiviso in un gruppo occidentale, i Cimmeri, ed uno orientale, gli Sciti. Si tenga presente che i greci davano il nome di Sciti a tutte le popolazioni nomadi con cui entrarono in contatto nella zona occidentale delle steppe euroasiatiche, mentre i persiani usavano il nome collettivo di Saci (idem, pag. 84). Agli Sciti dobbiamo alcune delle più belle manifestazioni di una cultura in cui si sono fusi motivi scitici con tecniche greche (FIG. 6, 7, 8).
I Tatari o Tartari, a cui appartengono i Mongoli, costituiscono un gruppo etnico di origine turcica dell'Europa orientale e dell'Asia Centrale; la loro lingua è considerata esser parte della famiglia linguistica delle lingue altaiche, quindi di gruppo non indoeuropeo. Il nome deriva da Ta-ta o Dada, una tribù mongola che abitò l'odierna Mongolia del nord nel V secolo. Erano chiamati dagli arabi tatar e tale nome venne usato in Occidente, ma grazie anche all'eloquente assonanza con il Tartaro pagano, cioè l'inferno degli antichi, il nome fu trasformato in Tartari, per sottolinearne il comportamento feroce e distruttivo.
Suo figlio Temujin, divenuto poi Gengis Khan o più correttamente Gengis Khagan, cioè Khan dei Khan, titolo equivalente al nostro Imperatore, realizzò l’impresa del padre creando quello che fu l’inizio dell’Impero mongolo.
Nato in un villaggio sull’alto corso dell'Onon (16 aprile 1162 – 18 agosto 1227), secondo la tradizione mongola il giorno chiaro del primo mese dell'estate dell'anno del cavallo d'acqua del terzo ciclo, venne alla luce stringendo nel piccolo pugno un grumo di sangue, segno che il suo destino sarebbe stato quello di un grande guerriero.
Non abbiamo ritratti certi di Gengis Khan: quello ritenuto più antico e più prossimo alla realtà si trova a Taipei (FIG. 9); uno storico persiano lo descrive di alta statura, con capelli rossi ed occhi verdi, caratteristiche insolite per un asiatico, che forse tradiscono la presenza di sangue indoiranico nei suoi antenati, il che sarebbe possibile visto che le culture indoeuropee, come è ovvio, ebbero scambi non solo culturali nelle zone di confine con quelle uraloaltaiche.
Tralasciando la storia delle sue conquiste (FIG. 10), sarà più interessante soffermarsi su alcune caratteristiche del suo stile di
regno.
L'aspetto più straordinario della personalità di Gengis Khan fu il genio in campo militare: egli, dopo aver riunito le tribù mongole e quelle delle nazioni vicine, adottò il sistema militare degli Unni basato sul sistema decimale. L'esercito venne così suddiviso in unità di 10 (arban), 100 (yaghun), 1000 (minghan) e 10.000 (tumen) soldati, ogni unità aveva una sua bandiera di riferimento che aveva lo scopo di trasferire rapidamente gli ordini da una parte all’altra dello schieramento. In seguito “bandiera” fu anche il termine usato per distinguere le diverse suddivisioni dell’Impero mongolo.
Ma i veri punti di forza del suo Impero furono la meritocrazia, per cui ogni posto era ricoperto per capacità e fedeltà e non per nascita o stirpe di appartenenza, l’istituzione di un sistema postale, il divieto dell'uso della tortura, l'esenzione dal pagamento delle tasse per insegnanti e dottori.
Dal punto di vista religioso, Gengis Khan impose la tolleranza nei confronti di tutte le religioni e le filosofie, dal cristianesimo al buddismo e all’islamismo, anche se egli, pur appartenendo ad una famiglia di cristiani nestoriani, fu però attratto in modo particolare dal taoismo.
Non con questo che il popolo mongolo fosse divenuto un popolo tranquillo e pacifico: sulla ferocia dei Mongoli molti cronisti forniscono dati impressionanti circa le stragi da essi compiute durante le loro conquiste. Ad esempio, la Cina del nord avrebbe avuto prima dell'invasione una popolazione di 100 milioni di abitanti che si era ridotta a 60 milioni nel 1300, ossia circa cinquant'anni dopo la conquista dei Mongoli.
Della religione osservata dai Mongoli al tempo di Gengis Khan sappiamo ben poco, in pratica ciò che esploratori europei, come Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Roerbruck, oppure arabi come Juvaini e Rashid ed-Din, ci hanno tramandato, filtrando attraverso la loro ottica cristiana o islamica ciò che vedevano.
La religione originaria, anche se di religione non si può parlare, era lo sciamanesimo, non una religione codificata ma un complesso di credenze o meglio ancora una visione del mondo, presente non solo nell’area euroasiatica ma anche nell’America settentrionale e meridionale, in alcune zone dell’Asia del sud e dell’Australia, anche se solo in Eurasia esso raggiunse il grado di maggiore completezza; al centro di esso vi è lo sciamano, termine tunguso intraducibile, forse correlato con il sanscrito śramaņa, “asceta” (Testi dello sciamanesimo a cura di U. Marazzi, Firenze 1990 pag. 21).
Lo sciamano non è un sacerdote, ma un individuo dotato di poteri particolari che mette al servizio della comunità esclusivamente a fine benefico; è una figura complessa che svolge attività diverse ma tutte connesse ad un suo contatto diretto con gli “spiriti”, i tengri (gli spiriti celesti) e gli ongyon (gli spiriti ancestrali, rappresentati da immagini in bronzo in stile animalistico).
Per espletare le loro cerimonie gli sciamani usano entrare in stato di trance mediante il suono del tamburo o sostanze narcotiche allo scopo di entrare in contatto con le forze della natura. Questo contatto avviene mediante l’ascesa dell’axis mundi che unisce la terra degli uomini al mondo infero e al cielo superiore. rappresentato da un albero (spesso il salice), da una scala o da una montagna sacra.
Purtroppo, grazie alla furia stalinista, ben pochi sciamani sono sopravissuti al comunismo russo e solo una piccola parte delle tradizioni orali è stata raccolta e interpretata con grande difficoltà, perché non tutto il pantheon sciamanico è conosciuto.
Alcuni testi poi si sono rivelati assolutamente intraducibili: si tratta in particolare di dodici inni la cui conservazione è affidata a sette anziani nel tempio Ejen Qoriy-a (“il Recinto del Signore”) nella regione di Ordos; solo nel 1957 (Testi pag. 427) gli inni vennero cantati ad un ricercatore europeo che ebbe possibilità di trascriverli: Poiché si trattava di suoni intraducibili e privi di senso, il ricercatore chiese spiegazione agli anziani i quali risposero che essi erano stati creati con la “lingua degli Dèi e quindi non potevano essere riportati nella lingua degli uomini.
Ciò che è particolarmente interessante è che la sede di questo rituale nella “lingua degli Dèi” è il tempio dedicato al culto delle reliquie di Gengis Khan e della sua famiglia (il luogo della sua sepoltura è sconosciuto, perché i Mongoli distrussero ogni traccia che poteva condurre alla sua tomba).
Riportiamo qui un frammento di un canto cerimoniale (Kamlanie) di uno sciamano mongolo trascritto negli anni ’50, ove si parla degli onori resi alla tomba del grande Khan:
KAMLANIE DELLO SCIAMANO ĬANGČA
Il monumento funebre di Gengis Khagan è stato innalzato?
Tomba dei padri, tomba delle madri
Tomba del nonno.
Alle tombe auree,
alle sei tombe recintate
offro lampade e incenso!
Nove tombe recintate.
Tomba, alla quale al di sopra dell’ingresso di ogni casa
vengono offerte lampade luminose.
Venerabile Geser Khan,
concedi la tua grazia salvifica!
Tomba, alla quale al di sopra dell’ingresso di ogni villaggio
vengono offerte pure lampade luminose.
Buddha Amithaba, salva
l’uomo, la cui vita è limitata.
Neri terribili draghi
della mia terra a sette strati!
Siate clementi e concedete la vostra benedizione.
Padre mio, che mi hai tramandato
la Fede senza scritture.
Padre mio, che mi hai insegnato
la Fede senza libro.
Padre mio, che mi hai spiegato
la Fede senza carta.
Allo spirito tutelare celeste del padre
io, il figlio sciamano, io mi affido!
(da Testi dello sciamanesimo pag. 405, modificato per semplificarne la lettura, sono state lasciate alcune apparenti incongruenze del testo originale perché il loro significato è sconosciuto; re il Geser Khan citato nel testo non è Gengis Khan ma un eroe leggendario in seguito divinizzato, Testi pag. 402 nota)
Ad oriente invece i discendenti di Gengis Khan si impadronirono della Cina del Nord, ove nel 1249 venne instaurata con Khubilai Khan, l’Imperatore di cui ci parla Marco Polo, la prima dinastia non-cinese dell'Impero, quella mongola degli Yuan.
Così un popolo nomade, assuefatto a vivere con il poco che traeva dalla raccolta dei prodotti della terra, dalla caccia e dall’allevamento, si trasformò in uno dei maggiori imperi della storia estendendo il suo dominio dalle frontiere della Bulgaria e del Principato di Mosca fino alla Cina ad opera di Gengis, Khan dei Khan.

