Il grande pubblico conosce Raimondo De Sangro soprattutto in virtù della famosa Cappella San Severo di Napoli. In tale luogo sono state disposte, da Raimondo e dai suoi avi, una quantità realmente notevole di statue neoclassiche di una qualità straordinaria. Inoltre nella parte sottostante la cappella, si trova una stanza dove sono conservati due “esperimenti” scientifici del Principe di san Severo, consistenti in due sistemi venosi e arteriosi chimicamente coagulati e perfettamente conservati (sui quali esistono comunque dubbi e polemiche, mai completamente dissolti).
L’impatto emotivo, sia con le straordinarie statue della cappella che con l’area sottostante è realmente particolare, e chiunque sia stato a Napoli a visitarla non potrà facilmente dimenticare tale visione, anche se totalmente digiuno di alchimia, di massoneria e di ermetismi a vario titolo. Alcuni considerano tale opera, e soprattutto la descrizione simbolica delle “virtù”, come discendente dal testo di Cesare Ripa la cui ristampa fu curata dal Di Sangro, ma l’apparato simbolico è estremamente più vasto di quanto presente in tale testo e forse riassume, in una veste sapientemente silenziosa, tutte le ricerche del Di Sangro in un solo e grandioso apparato commemorativo. La raffigurazione del terribile “Cecco di Sangro” (il cui corpo fu smembrato in sette parti) uscente dalla tomba, armato di spada e assistito da due grifoni e un’aquila armata di folgori, fa molto riflettere sui miti di resurrezione probabilmente transitati nei “Misteri Osiridei” di cui si parla più diffusamente in questo testo. Come ci fa notare Galliano, la quantità delle opere di Di Sangro a noi pervenute integre è abbastanza scarsa (9 su 19). Ad esempio (a parte le varie opere sull’arte della guerra) saremmo assai curiosi di conoscere il contenuto della “Dissertazione intorno agli errori di Benedetto Spinoza” o i “Dialoghi critici intorno alla vita di Maometto” o, soprattutto la “Vera cagione produttrice della Luce” che, a quanto pare, conteneva secondo Origlia, uno studio sul primo capitolo del Genesi secondo un sistema cabalistico.
Esiste da sempre una conflittualità “ideologica” che spinge gli aderenti alla massoneria a far rientrare tutte le azioni del principe nella logica delle “logge” e a previligiare la sua appartenenza all’ordine, anche in virtù del fatto, oggettivamente provato, d’esser stato lui stesso il fondatore di una o più “logge”. Ma l’elemento che viene di norma trascurato è la straordinaria sapienza di “don Raimondo”, il suo complesso percorso spirituale e le particolarissime circostanze in cui si svolse la sua esistenza. E ciò indipendentemente dalle sue aderenze alla massoneria o dal suo rifiuto ed allontanamento dalla stessa.
Uno dei numerosi meriti di questo testo è l’analisi di quel complicatissimo incrocio fra i vari filoni del tessuto “ermetico” del sedicesimo e diciassettesimo secolo, dove una serie di personaggi particolari, da Cagliostro a Santinelli, dai De Sangro a Cristina di Svezia, si alterneranno a proporre, in versi come il Santinelli, o in prosa, una quantità di ricerche, di suggerimenti scientifici, di “scoperte”, sempre fortemente basati sulla ricerca alchimica e sempre in equilibrio fra la mistica e la scienza. Tali avventure del pensiero e dell’anima, in cui scienziati famosissimi non disdegnavano cimentarsi nell’astrologia o nell’alchimia (conservando quel rapporto tra scienza e spiritualità che si è andato disgregando progressivamente proprio a partire dai decenni che precederanno gli sconvolgimenti della Rivoluzione Francese) lasceranno testimonianze particolari dove la filosofia e l’ermetismo sono nascoste dietro l’imponente apparato di una coreografia simbolica. Basti ricordare i famosi “giardini” che furono l’ossessione dell’aristocrazia dotta della Francia e dell’Italia, e alcune “stanze prodigiose” dove veniva conservato, sotto la chiave simbolica, il frutto di anni di ricerca, di studi e di stupefacenti indagini che spesso mettevano a dura provale le risorse economiche dei committenti (come i Colonna, o i Farnese) o li prosciugavano (come per gli Orsini a Bomarzo).
Una parte assai interessante dell’opera del Di Sangro è dedicata alla ricerca della “luce” che trova compimento in tre testi di cui uno sola pervenuto fino a noi. Questa della “luce perpetua” fu una ricerca filosofica, ma anche “chimica”, che impegnò il Principe in numerose esperienze, mescolando sostanze organiche e inorganiche al fine di ritrovare quella luce misteriosissima che veniva immaginata come conoscenza degli “antichi” e che, in diversi termini, venne anche trattata dal Fludd, dal Santinelli (v. La Bugia commento di A. M Partini) e dal Vaughan.
Sicuramente importante è la ricerca sulle origine “storiche” dei famosi rituali contenuti negli “Arcana Arcanorum” di cui si hanno citazioni attendibili soltanto in epoca molto recente (Ragon nel 1844). Ma poiché il possesso di tali riti dette luogo a conflitti fra le “varianti” giudaico cristiane e quelle per così dire “pagane”, altrettanto aspre divennero le critiche sulle loro ascendenze fino al Principe Di Sangro e sulle filiazioni più o meno legittime a dei depositari che ne pretendevano il possesso. Particolarmente interessante risulta l’analisi che viene condotta sul rapporto possibile con i “gradi” iniziatici degli Arcana Arcanorum e il “Libro di ciò che c’è nell’Amduat” (uno dei testi sapienziali egizi più antichi e che viene proposto nella versione integrale presente nella tomba di Seti I°)). Galiano mostra una serie di paralleli con i “viaggi” iniziatici del Faraone. Che la conoscenza si sia trasmessa soltanto attraverso la lettura delle figure, prima della decifrazione dei geroglifici durante la campagna Napoleonica, o che invece sia esistita una effettiva trasmissione occulta e ininterrotta non è ovviamente dimostrabile. Ma i paralleli sono impressionanti.
In questo testo si affrontano anche i complicati rapporti fra i nascenti ordini massonici “risorgimentali” e quelle frange sapienziali che non possono semplicisticamente essere inquadrate come “massoniche”. Per tale ragione vengono prese in considerazione buona parte delle tracce storiche d’ascendenza ellenistico-egiziana, che hanno dato origine ai riti, cosiddetti isiaci e osiridei. Le beghe e diatribe fra le varie logge, per il primato su determinati rituali o per la legittimazione del filone d’appartenenza, furono assai forti anche nella prima metà del 17 e 18° secolo e Galiano ci da notizie e tracce sulle diverse modalità di elezione del Gran Jerofante nel rito di Misraim, e sulle assai tristi vicende della Massoneria del regno delle due Sicilie i cui principali membri vennero messi a morte dai confratelli inglesi. Il materiale esaminato è realmente vasto e, come precisa lo stesso Galliano, ci si trova assai spesso in situazioni in cui la storicità di un evento o di una “trasmissione” si scontrano con la metastoria, e con le discendenze (a volte probabili, altre improbabili) da filoni iniziatici più o meno legittimi e arcaici. Oltretutto, nei primi anni del 1800 gli incroci fra una massoneria rinascimentale ed una decisamente contraria ai moti rivoluzionari, farà si che tra i cenacoli d’ispirazione carbonara (Giustiniano e Filippo Lebano, Bocchini, ecc.) e quelli d’ispirazione tradizionale, si formino non pochi dissidi. Alcune “filiazioni” possono considerarsi storicamente dimostrabili, altre forse lo sono un po’ meno. Assai più confuse sono diventate le origini e le diaspore della Fratellanza Terapeutica di Myriam e dell’Ordine Osirideo Egizio che sono proseguite fino ai nostri giorni. Le diatribe, tuttaltro che leggere, fra esponenti veri e presunti legati o slegati dalla massoneria, hanno fatto si che ciò che ne è rimasto, sia stato a volte “spartito” con spirito tuttaltro che filosofico ma attraverso cause, proclami, carte bollate e così via dicendo. Ciò, sicuramente non è stato molto salutare al nome delle confraternite, e ha confermato ancor più il fatto che coloro che sono stati realmente depositari di una determinata tradizione, hanno finito per adottare il silenzio, lasciando ai soffiatori, il vezzo di bruciare inutilmente carbone e spargere vento.
C. L.


